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di Renato Farina


Libero, 5 agosto 2020

 

Il boss Raffaele Cutolo sta male: ricoverato dopo 55 anni passati in cella. Le pene non devono andare contro il senso di umanità. Raffaele Cutolo, 79 anni, 55 passati in carcere, dei quali gli ultimi 27 tra i sepolti vivi del 41bis. La famiglia chiede che possa passare il resto dei suoi giorni curato in casa o in una struttura ospedaliera.

Che fare di Raffaele Cutolo? Il boss della Nuova Camorra Organizzata (Nco) sta male, tiene il capo reclinato, gli occhi chiusi, ha crisi respiratorie, nelle settimane scorse non ha riconosciuto la moglie, non ha stabilito nessun contatto visivo e neppure di gesti, anche se da dietro il cristallo ogni cosa è difficile. Stava in carrozzina che è una pena per tutti, ma se sei un vecchio rudere e stai in carcere, e la fine della pena non esiste, equivale a una sedia elettrica con la corrente regolata al minimo, senza neppure la pietà di farla finita con l'accanimento terapeutico di una carcerazione che la Costituzione sancisce destinata alla rieducazione, figuriamoci.

'O Professore, così era stato chiamato dai compagni di cella sin dal primo ergastolo prima dell'evasione con la nitroglicerina, perché sapeva leggere e scrivere, portava gli occhiali con la montatura da docente di greco, ed aveva lo sguardo magnetico del filosofo epicureo, ora non ha più né occhiali né sguardo: le palpebre non si alzano.

È stato trasferito dalla sua cella del carcere di Parma in una camera d'ospedale. L'avvocato difensore Gaetano Aufiero riferisce che dal reparto dove Cutolo è degente hanno spiegato informalmente così il perché del ricovero: "Un colpo di tosse". Sarà cimurro, come le bestie, ci si domanda perché non chiamino un veterinario o direttamente uno scortichino.

Naturalmente, è un assassino, non si è mai ex assassini. Ha ammazzato e fatto ammazzare. Ha guidato ogni sorta di traffici crudeli nei mezzi e nei fini. Ha inventato la macchina del delitto e del dominio sul territorio, sui corpi e sulle anime. La sua Nco l'ha concepita come un esercito e una religione, inventando un apparato colerico-militar-mafioso prima che lo adottassero i narcos colombiani e messicani. Di questa società camorristica si elesse capo unico e assoluto, ma a quanto pare non immortale, anche se si faceva chiamare "Vangelo".

Arrivò a comprarsi un castello nel breve momento del suo trionfo quand'era libero, ma anche mentre era il re di ogni carcere da cui comandava. Ed eccolo nella sua miserabile versione di carcassa, senza più alcun peso in Gomorra che l'ha trasformato in un reperto archeologico. Non abbiamo nessuna voglia di dipingerne le gesta secondo l'epica brigantesca dell'eroe del male. Vorremmo trattare la questione dal punto di vista della stima che vorremmo mantenere per noi stessi e dell'idea di Stato e più profondamente di civiltà. Che fare di Raffaele Cutolo?

L'avvocato e la famiglia chiedono che possa passare il resto dei suoi giorni curato in casa o in una struttura ospedaliera, magari persino penitenziaria. Finché lo chiedono loro, la richiesta è persino ovvia. Nei mesi scorsi la richiesta è stata respinta dai giudici di sorveglianza. Ritengono che le condizioni di salute non giustifichino un regime diverso da quello durissimo, il 41 bis: il più duro che esista nell'Unione Europea, al punto da essere stato considerato alla stregua di una tortura in alcune sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo, ad esempio rispetto al precedente più simile al caso Cutolo, quello di Bernardo Provenzano, detenuto incosciente in regime 41 bis nella sezione penitenziaria del carcere di San Vittore presso l'Ospedale San Paolo di Milano, dove morì il 13 luglio 2016.

La sentenza di Strasburgo è stata del 2018, e ha condannato l'Italia per aver rinnovato l'applicazione del 41bis a Provenzano "nonostante le sue deteriorate condizioni di salute". La Corte all'unanimità ha decretato che la nostra Repubblica ha tradito l'art 3 della Convenzione che dà forma alla civiltà europea: "Divieto di tortura e di trattamenti disumani e degradanti"; in perfetta corrispondenza dell'art.27 della nostra Costituzione: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Se leader politici di destra o di sinistra non sono d'accordo osino cambiare in Parlamento questi commi troppo delicati. Si prendano questa responsabilità. Basterebbe aggiungere cinque parole: "Non vale per i mafiosi". Un po' di coraggio.

Il caso ci pare lampante. Cutolo ha quasi 79 anni. Ha passato finora 55 anni in carcere, di cui gli ultimi 27 tra i sepolti vivi del 41bis. La famiglia chiede possa essere visitato da un geriatra di fiducia, oppure da una commissione che valuti il caso. La storia finirà male, come per Provenzano. Il Fatto già il 23 aprile mise le mani avanti con questo titolo di prima pagina: "Scarcerati altri mafiosi. Ci prova persino Cutolo".

In realtà Cutolo non ci ha provato proprio, non avendo la forza di dire alcunché di connesso. L'aria è cattiva. Appena la notizia duplice del ricovero in ospedale e della contemporanea richiesta di attenuazione della pena è stata diffusa dai siti, i commenti avevano la febbre. Nessuna clemenza. Ad esempio: "Speriamo che siano le anime di coloro che ha fatto uccidere che lo perseguitino finché camperà, e spero anche dopo!

Per questa persona dovrebbe esserci la pietà che ha avuto lui con le sue vittime". Un altro: "Chissà quante persone ha sulla coscienza... A patto ne abbia una...". Che Cutolo abbia una coscienza o no, non dovrebbe essere un nostro problema. Il problema è di avere ciascuno di noi una coscienza. Severa, metallica, d'accordo. Ma quando si batte col martello sull'acciaio o sul granito si sprigiona una scintilla.