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di Giovanni Bianconi

Corriere della Sera, 17 ottobre 2026

Il docufilm “L’incontro” di Fabrizio Galatea. Sergio Bazzega e Franco Bonisoli: un film sulla giustizia riparativa. La porta blindata si spalanca davanti a un uomo con le braccia coperte di tatuaggi, che s’incammina lungo un cortile chiuso da sbarre altissime, fino all’apertura dell’ultimo cancello; ora quell’uomo è in strada, e insieme alla nicotina della sigaretta respira compiaciuto un’aria di libertà. Si direbbe un detenuto che esce dal carcere, invece è la vittima di un reato commesso da altri, figlio di un poliziotto ammazzato da un brigatista rosso mezzo secolo fa: il maresciallo di pubblica sicurezza Sergio Bazzega, assassinato insieme al suo collega Vittorio Padovani all’alba del 15 dicembre 1976 da Walter Alasia, brigatista appena ventenne morto anche lui nel conflitto a fuoco.

Eppure la scena che apre il docufilm “L’incontro”, scritto e diretto da Fabrizio Galatea (presentato ieri in anteprima alla Festa del cinema di Roma, nelle sale dal 15 dicembre, prodotto da Zenit Arti audiovisive e distribuito da Wanted cinema) racconta la storia della liberazione di quest’uomo, Giorgio Bazzega, che quando gli uccisero il padre non aveva ancora compiuto tre anni ed è cresciuto prigioniero di quel destino.

All’epoca, per spiegargli che il papà non sarebbe più tornato a casa, sua madre gli raccontò la più classica delle versioni dispensate ai bambini: “È andato in un bel posto”. Lui la guardò e scosse la testa: “Non è vero, l’hanno ucciso”. Poi s’è gettato in un’infanzia e un’adolescenza che fossero il più possibile spensierate, ma la mente tornava sempre al padre ammazzato da un terrorista.

Finché sulla soglia dei vent’anni venne a sapere dalla tv che Renato Curcio, il fondatore delle Brigate rosse, era uscito di galera. “È quello che ha armato la mano dell’assassino di mio padre”, si disse. E cominciò a covare sentimenti di odio e vendetta che l’hanno portato verso un’autodistruzione alimentata da scelte sbagliate e droghe.

Nel frattempo, altre gioventù bruciate cercavano riscatti, come quella di Franco Bonisoli, quasi coetaneo di Alasia che nel 1978 era in via Fani, a Roma, per sterminare la scorta di Aldo Moro e rapire il presidente della Democrazia cristiana; fu arrestato sei mesi dopo a Milano e in cella continuò la militanza rivoluzionaria fatta di proclami di guerra, rivolte e scioperi della fame; fino a quando è stato capace di guardare oltre, arrivando a restituire umanità alle persone uccise perché considerate simboli dello Stato da abbattere. E un po’ anche a se stesso. Perseguitato dai sensi di colpa, ma disponibile a mettersi in discussione anche davanti alle vittime delle proprie gesta.

Così Bonisoli contribuisce a dar vita al Gruppo dell’incontro, insieme ad altri ex militanti della lotta armata, una pattuglia di “mediatori” e alcune vittime. Tra cui Manlio Milani, che vide esplodere sua moglie Livia nella strage neofascista di Brescia del 1974, e da allora non ha mai smesso di cercare giustizia ma anche i terroristi per porre loro una domanda: perché non vi siete fermati un attimo prima di uccidere per valutare le conseguenze prodotte dal vostro gesto? Sul piano umano, prima che politico.

Un giorno Giorgio Bazzega lo sente parlare e decide di chiedere aiuto a Milani. E comincia un cammino faticoso nel quale le vittime degli “anni di piombo” disponibili ad affrontarlo accettano di confrontarsi con gli artefici del male subito. Davanti a loro Giorgio confessa i suoi propositi di vendetta, e resta colpito da come accolgono la sua rabbia, disposti a farci i conti: “Per la prima volta mi sono sentito riconosciuto, non da chi aveva subito il mio stesso dolore, ma da quelli che io volevo ammazzare”.

Uno è Bonisoli, e l’abbraccio tra lui e Giorgio sembra scandire l’inizio di due nuove vite. In quella di Bazzega, insieme al distacco dalle dipendenze c’è ancora spazio per la ricerca di Curcio, al quale si presenta in occasione di un dibattito pubblico; la tanto meditata vendetta si scioglie in un benevolo “volevo solo guardati in faccia”, prima di andarsene e — rivela — “sentirmi finalmente liberato da quella catena di odio che mi teneva prigioniero”.

Una confessione che racchiude il senso della giustizia riparativa, “che non vuol dire volemose bene ma mettere sul tavolo i propri cuori e uscire diversi da un percorso difficile”. Nel quale il dolore delle vittime trova le riposte che non possono arrivare dai tribunali né dalle condanne dei colpevoli, come spiega Bazzega ripreso durante un colloquio con un gruppo di studenti, seduto al fianco di Bonisoli. Al traguardo di un tragitto per il quale s’è persino sentito in colpa nei confronti di suo padre; è stata la mamma a rassicurarlo che non stava facendo niente di male, ma solo seguendo i principi che ispiravano il papà. Nel finale del docufilm quella donna incontra e abbraccia il fratello di Walter Alasia. Diventato “amico fraterno” di suo figlio Giorgio, che una volta compiuto lo sforzo di attraversare il deserto (rappresentato dalle scene in cui si sfinisce nello spaccare la legna o prendere a pugni un sacco da boxe), prima coltiva l’orto e poi sorride nel giorno del matrimonio. Tra gli invitati, in giacca e cravatta, anche Bonisoli e Milani.