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di Raffaella Romagnolo

La Stampa, 14 giugno 2025

La prima cosa che ho pensato ieri mattina al risveglio, la reazione immediata del mio cervello quando, dal Medio Oriente, è arrivata sullo schermo del mio smartphone appena acceso la notizia di una nuova guerra, è stata: “Ovvio”. Intendiamoci: so poco di queste faccende, giusto quel che conosce una cittadina minimamente informata circa quanto che sta accadendo nel pezzo di mondo dove vive. So che Israele e Iran stanno su fronti contrapposti, hanno cioè interessi in conflitto. Che Iran e Hamas sono vicini. Che gli Stati Uniti c’entrano. Che l’Iran è sotto sanzioni. Che esiste una vicenda annosa, serissima, paurosissima, che ha a che fare con le armi nucleari. Che ci sono stati altri scontri lo scorso anno, l’eliminazione di un importante capo militare, il lancio di missili e droni. Ma non credo sia solo per questo sapere minimo che, appena sveglia e un po’ intontita come sempre prima del caffè, all’annuncio della nuova guerra ho pensato: “Ovvio”. Poi ho accantonato la questione, dato da mangiare ai gatti, lavato la faccia, fatto colazione e le solite cose di casa. Quindi mi sono messa al tavolo, ho acceso il computer, e solo a quel punto, a mente lucida, sono tornata sulla notizia e mi sono chiesta: “Ma ovvio cosa? La guerra?”.

Dal 24 febbraio 2022, inizio delle operazioni militari contro l’Ucraina, vivo, viviamo dentro un flusso costante di immagini, video e informazioni belliche. Tre anni, tre mesi e qualche giorno, ininterrottamente. Dopo il 7 ottobre 2023, l’attacco di Hamas e la successiva reazione di Israele, il flusso si è fatto ancora più consistente, guerra e ancora guerra, ondate successive che hanno sommerso le prime pagine dei giornali, gli approfondimenti interni, i programmi radiofonici, i telegiornali, la programmazione pomeridiana e serale, i talk-show, il web tutto, i social, i podcast, le newsletter, ovunque, a qualunque ora. Tre anni, tre mesi e qualche giorno così, con le bombe sotto gli occhi, i palazzi sbriciolati, le trincee e i cunicoli sotterranei, gli ospedali sventrati dagli ordigni, gli ospedali senza anestetici, senza corrente elettrica, i profughi, le bare, i sudari, i bambini affamati, orfani, i bambini morti, lo scambio di prigionieri, gli aiuti che arrivano e non arrivano, tutti gli orrori, e allora penso: non è che mi ci sono abituata? Non è che mi sono così assuefatta alla guerra che il mio cervello appena sveglio, indifeso diciamo, all’ennesima sollecitazione risponde, come i cani di Pavlov, “ovvio”? Non è che la guerra, in questi tre anni, è diventata la mia chiave per interpretare il mondo e quel che accade?

Non l’ho mai vissuta, la guerra, come la stragrande maggioranza di chi sta leggendo queste righe. Italiani, europei che l’hanno provata non ce ne sono quasi più (con la vistosa, dolorosa eccezione di chi è stato coinvolto negli scontri balcanici). Della guerra patita c’è, tra noi, solo memoria storica. Se va bene. Non c’è il ricordo vivo di carne e sangue. È anche per questo che il mio cervello appena sveglio risponde “ovvio” e dà la guerra per scontata? Perché non l’ho, non l’abbiamo provata? Ed è ragionevole, ci conviene reagire così? Mi arrabbio. Possibile, mi chiedo, che ogni generazione debba imparare tutto daccapo? Sulla propria pelle?

Gli umani hanno desideri, visioni, interessi divergenti. Lo sperimentiamo, questo sì, tutti. Devo fare gli esempi banali della riunione di condominio, della precedenza all’incrocio, della lite in fila alle Poste, delle beghe per l’eredità? Degli scioperi? Dei dazi? Il conflitto è una caratteristica dell’umano, siamo fatti così. Avere allora una risposta automatica e irriflessa al conflitto - guerra! ovvio! - mi spaventa. Significa che, d’istinto, appena sveglia, se non ci sto attenta, se non mi sorveglio, non vedo, non cerco e non so immaginare alternative. Brutta china.