di Renato Farina
Libero, 9 settembre 2020
Prima è stato lasciato libero per 25 anni, ora che è in prigione si accaniscono e lui si mette in sciopero della fame: non è il caso. Che si fa con Cesare Battisti? Ancora prima di sentire in quali condizioni stia scontando i suoi due ergastoli, sembra a tutti, destra e sinistra, sempre troppo poco quel che sta patendo, qualunque cosa stia patendo, a prescindere da qualsiasi notizia filtri dalle mura del carcere, rispetto a quattro omicidi e innumerevoli rapine commessi. Se saltasse fuori, e non è questo il caso, che una goccia d'acqua gli cade ostinatamente in testa, e nessuno intende fermarla, si direbbe: sta zitto, bestia. Soffri e taci, mostro.
In realtà - siamo sinceri - non gli si imputano da parte di noi opinione pubblica e dai vari organi della Repubblica soprattutto i delitti, ma ha da scontare la maledetta astuzia e la velenosa superbia con cui ha ridicolizzato lo Stato e i suoi apparati, e alla fine tutto il popolo italiano, consegnandosi a una latitanza di prima classe, immerso nel mito adorabile della primula rossa colta e fascinosa. Questo sottrarsi alla cattura però - lo diciamo sommessamente - non è un reato, ma è prova semmai dell'inettitudine degli apparati istituzionali e della incapacità dei nostri governanti per quasi quarant'anni di far valere presso i colleghi di Paesi persino amici, se non la propria dignità offesa, almeno la considerazione della forza (figuriamoci), così da consegnarci per un destino carcerario arci-meritato quel pluriassassino.
Una volta arrestato e restituito al nostro Paese dal Brasile e dalla Bolivia, dovrebbe bastare così: si applichino le sentenze, e sia sottoposto al trattamento previsto da leggi e regolamenti, che in nessun caso possono essere modulate "ad personam" ed anzi - dice la Costituzione, art. 27 - devono garantire l'umanità della pena.
Che c'è di nuovo? Ieri Cesare Battisti, detenuto nel carcere di Oristano in regime di massima sicurezza, ha cominciato lo sciopero della fame ad oltranza, fino a lasciarsi morire cioè. Piuttosto la morte che la tortura fisica e mentale da cui è schiacciato giorno per giorno, ora dopo ora, senza sosta, con decisioni enormi come l'isolamento, o microscopiche ma ossessive. Nessun pestaggio notturno o catena alle caviglie, non siamo in Cina o in Corea del Nord. Tutto dentro l'apparente legalità. Non c'è un solo particolare della sua detenzione, da quando è stato estradato il 14 gennaio del 2018, che tra due alternative possibili, quella dell'umanità e quella il più possibile vicina a una spina ficcata nel mignolino, non abbia prevalso con logica meticolosa la seconda soluzione. Ah, purché soffra. Dal carcere più sperduto - quello naturale sarebbe stato Rebibbia (Roma), il più vicino al luogo del suo arrivo in Italia; oppure Opera (Milano), dove è stato condannato - per rendere difficilissima e carissima la visita della sua famiglia e del suo difensore. Isolamento assoluto? Certo. Totale boicottaggio di qualsiasi minima richiesta con una concertazione che scende dall'alto e tocca la direzione del carcere e di conseguenza gli agenti di polizia penitenziaria e persino le cure mediche.
Il ministro Bonafede con la sua Direzione amministrazione penitenziaria (Dap) deve considerarlo forse la sua personale bambolina voo-doo, dove il suo forcaiolismo si può sfogare con gli spilloni trovando pure il consenso universale. Chi vuoi che difenda un simile mascalzone? Qualsiasi privazione, la sbobba appositamente troppo salata, ho bisogno di un cachet, ma non sente nessuno: è sempre un'inezia rispetto al dolore inflitto alle vittime e perdurante nei sopravvissuti.
Tranquilli. Questa protesta è destinata a ricadere in testa all'assassino (non si è mai ex-assassini; ma si resta sempre e comunque uomini).
Non mi fa pena lui. Mi faccio pena io come italiano e come persona che per tutti questi mesi (almeno dal maggio di quest'anno) so e taccio. Perché so da allora dell'isolamento totale e fuori legge, adottato con un criterio di discrezionalità che non c'entra con il suo comportamento e finalmente con la sua confessione, che sarà tardiva ma gli ha fatto il vuoto intorno dei finti amici parigini che lo avevano eletto a mito. Non è un mito. Battisti è un disgraziato qualsiasi, il più debole di tutti, come sono i detenuti ergastolani senza prospettiva di uscirne.
Battisti protesta per i particolari: il cibo volutamente cattivo che gli viene fornito, la malizia dei giudici di sorveglianza cui scrive che vorrebbe riso in bianco per ragioni di salute e almeno possa cucinarselo da sé, e invece lo sputtanano pubblicamente facendo credere che è incazzato per il menu senza caviale, gli negano l'ora d'aria con ogni pretesto, le domandine che compila con le richieste per avere strumenti per scrivere non hanno mai risposta, gli portano via i libri con una forma di censura inusitata. Il problema non è questo o quel dettaglio, ma la somma, l'algoritmo della vendetta, che si trasforma in cupola d'acciaio. Una tortura spalmata come la Nutella, non prevista dalla legge ma che ogni autorità - sostiene lui - gli ha spiegato essere inevitabile perché lui è Battisti, e per lui non valgono le regole di umanità valevoli per gli altri reclusi. Lui è Hannibal.
Sto riassumendo la lettera che ha inviato al suo difensore, il quale l'ha resa pubblica aggiungendo che a quanto gli consta è tutto vero. E che i giudici di sorveglianza, pur constatando la sua condotta irreprensibile e il riconoscimento delle sue colpe, si ostinano a lasciarlo illegalmente in isolamento. Battisti l'avrebbe dovuto scontare soltanto per sei mesi secondo la sentenza passata in giudicato. Invece, lui è Battisti, e stia zitto.
Tutto questo somiglia tanto alla voglia inesausta dell'Italia di farsi del male da sola. Prima sputtanati internazionalmente come Paese che prima lascia scappare un assassino all'estero e che poi consente a costui di fargli marameo per 37 anni. Adesso se insistiamo nel dedicare al nostro carcerato, ahi noi più famoso nel mondo, meschini trattamenti di vendetta, finiremo per essere considerati come uno Stato inferiore: stavolta per l'incapacità di trattare un detenuto secondo la civiltà giuridica occidentale, infierendo su di lui perché è riuscito a farla franca, come i bambini, o come i barbari.










