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di Gianni Pardo

Italia Oggi, 19 ottobre 2024

Israele sta agendo in nome della giustizia-vendetta. Ma anche gli orrori perpetrati dal nazismo furono commessi con il sostegno della legislazione allora vigente. Se c’è un errore esiziale è confondere legge e giustizia. La legge è un dato di fatto (un testo approvato da una certa autorità statuale e seguendo certe procedure) la giustizia è invece un’esigenza teorica che nessuno può garantire. Forse Dio, almeno per i credenti. Per il resto dobbiamo accontentarci della verità processuale (e non della verità storica) e dell’applicazione delle norme come le intende il giudice. In fondo nelle nostre città non ci dovrebbe essere un Palazzo di Giustizia ma un Palazzo della Legge. Gli orrori perpetrati dal nazismo furono conformi alla legislazione, furono commessi col sostegno della legislazione e nell’ambito dell’attività normale dello Stato. Ciò non toglie che quei crimini abbiano gridato vendetta dinanzi all’Altissimo e che l’esigenza di un’adeguata reazione (in nome della giustizia, stavolta) sia stata sentita come ineludibile.

Purtroppo, il processo di Norimberga è voluto arrivare alla giustizia attraverso la legge, e in questo ha sbagliato. È vero che i gerarchi nazisti sono spesso stati condannati anche in base a precedenti disposizioni giuridiche tedesche, ma è anche vero che chi dirige la politica di uno Stato, e in particolare di uno Stato in guerra, non lo fa - e non può farlo - consultando continuamente il codice penale. Infatti l’Unione Sovietica, prima che cominciasse il processo, si è ben assicurata che non sarebbe stata implicata per i propri crimini. Ma anche gli Alleati avevano i propri scheletri nell’armadio. E c’è di peggio. I dirigenti sono stati anche processati per capi di accusa evanescenti e antistorici come la guerra d’aggressione, i delitti contro l’umanità ed altre imputazioni non previste da nessuna normativa, mentre - sin dal Settecento - è stato considerato un pilastro indiscutibile della civiltà giuridica che non possa esistere nullum crimen sine praevia lege, cioè che non si possa condannare per nessun reato che non sia previsto da una legge precedente. E tutte le condanne inflitte per simili reati sono illegali. Ciò non significa che molti di quei signori, non meritassero effettivamente, in nome della giustizia, l’impiccagione. Ma la meritavano in base alla giustizia, appunto, e dunque tutta la coreografia di quel famoso evento giudiziario tutto è stata salvo che un fenomeno giuridico.

Nel caso del massacro del 7 ottobre 2023, Israele si è trovata dinanzi ad un problema analogo. È vero, i gazawi hanno esultato per le strade all’idea che erano state sgozzate e stuprate tante donne, uccisi tanti giovani innocenti, e perfino tanti bambini. Ma non per questo si potevano uccidere due milioni e passa di quegli incoscienti. Né si poteva dichiarare guerra a Hamas, essendo questa soltanto un’organizzazione terroristica, e non certo una struttura statuale. Non bastasse, non appena il cielo si è annuvolato, i dirigenti sono tutti scappati all’estero (salvo Yahya Sinwar), Hanihye addirittura in un albergo a cinque stelle nel Qatar. Dunque ad Israele è venuto a mancare il nemico, nessun Allende che si suicida col mitra. Ma - a quanto pare - il ragionamento fatto a Gerusalemme è stato semplice: per quanti sforzi abbiano potuto fare gli Alleati, per applicare norme indiscutibili a Norimberga, in fin dei conti sono sempre i vincitori che hanno giudicato i vinti, e lo hanno fatto in nome della giustizia, non della legge. E allora, se giustizia dev’essere (dove alla parola giustizia si può sostituire senza alcun imbarazzo la parola vendetta) che vendetta sia.

Israele non ha fatto prigionieri. Non ha imbastito alcun processo. Ha applicato la regola emanata tanto tempo fa secondo cui si avvisava che uccidere un ebreo non era più gratuito. E figurarsi milletrecento. La conseguenza è stata che Israele non soltanto ha teso più ad uccidere i miliziani di Hamas che a catturarli e processarli, ma addirittura è riuscita ad uccidere praticamente tutti i capi importanti di quell’organizzazione - malgrado le straordinarie precauzioni che avranno preso per difendersi - fino a disarticolarla e renderla impalpabile. Il colmo è stata la morte di Ismail Hanihye: prova e controprova della determinazione di Gerusalemme, che non perdona e fa bene a non perdonare, dal momento che la controparte non le lascia alcuna alternativa.

Quanto alla popolazione di Gaza, se soffre delle conseguenze di una guerra combattuta sul suo striminzito territorio, è perché quella guerra l’ha voluta proprio Gaza, non Israele. E Israele non ha nessun dovere di provvedere alla sua sussistenza o alla sua sanità. I gazawi desideravano uccidere tutti gli ebrei (come del resto i manifestanti nelle nostre strade), gli ebrei non desideravano uccidere tutti i gazawi, e comunque chiedere che si levino il pan di bocca nel loro interesse è francamente troppo. Che ci pensino tutti coloro che dicono di amarli. Israele ha certo la mano pesante ma, a differenza di Hamas e organizzazioni simili, non è la mano di un assassino. Gli israeliani agiscono in nome della giustizia e il fatto che la giustizia sia intesa in modo diverso da chiunque la maneggi, è un difetto ineliminabile di quel nobile ideale.