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di Iuri Maria Prado


Libero, 20 maggio 2020

 

Nelle guerre di mafia i capibastone si scannano per la supremazia nelle piazze dello spaccio. Una guerra meno cruenta ma sistematicamente non diversa si combatte nei meandri del potere giudiziario tra le fazioni che reclamano esclusiva nell'opposizione simbolica à crimine organizzato.

Inutile dire che quest'altra guerra è combattuta sotto le insegne retoriche della lotta à malaffare, della riaffermazione dell'Italia pulita su quella marcia, del trionfo dell'onestà sulla corruzione. Ma sono gonfaloni agitati nella dissimulazione di un interesse diverso, e cioè quello personale del magistrato che vuole il suo nome sul palcoscenico che accredita carriere e arrampicate gerarchiche.

Che sono cose perfettamente legittime in qualunque professione, ma non devono essere confuse con acquisizioni di interesse generale e dovrebbero semmai trattarsi come si fa nel caso di ogni bega corporativa: affari loro, per capirsi. E invece, siccome à momento non c'è un politico da arrestare o un'azienda da sequestrare, te li trovi a far zuffa in tivù e sui giornali mentre i maneggi nel Consiglio superiore della magistratura e il caso del pm scornato perché gli è andata male la nomina a capo carceriere diventano vicende di rilievo nazionale nel Paese che conta trentacinquemila morti e fa il bilancio di un'economia a pezzi.

Un protagonismo irrefrenabile fa credere alle star della magistratura da intrattenimento di potersi consentire ormai qualunque invadenza, e non si accorgono di quanto sia miserevole lo spettacolo delle ripicche, delle vendette, dei messaggi obliqui, dei calci negli stinchi che si scambiano pubblicamente in faccia a un uditorio doppiamente insultato da quella rissa ammantata di false buone ragioni.

La realtà è che le esigenze di giustizia non coincidono né con le ambizioni di carriera di questo o quel maschio alfa del populismo giudiziario italiano né con gli avvicendamenti di potere nei sindacati della magistratura, cose che semmai attentano alla buona amministrazione quando, come succede qui da noi, si elevano ad affare predominante dell'agenda pubblica.