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di Gianpaolo Catanzariti*

Il Dubbio, 21 ottobre 2026

C’è una stampa che si interroga su cosa si debba fare per contrastare la malsana idea del “marcire in galera” e c’è poi La Stampa che da alcuni giorni ha tirato su una ben orchestrata campagna di disinformazione, spacciandola per inchiesta-verità, sulle facili concessioni di permessi ai mafiosi. Una campagna che mistifica la realtà, utilizza dati per nulla verificati, se non addirittura smentiti, utile, però, per irrobustire l’arco costituzionale del populismo e per ridare fiato alle solite litanie sulle “carceri in mano alla criminalità organizzata”. Non è la prima volta che ciò accade e non sarà di certo l’ultima, specie alla vigilia di particolari questioni di costituzionalità sul carcere demandate alla Consulta.

Senza andare molto indietro negli anni, basterebbe ricordarci quanto avvenne nel 2019, allorquando la Cedu, sul caso “Viola c/ Italia”, denunziò i limiti di compatibilità dell’ergastolo ostativo con i principi sovrannazionali, scatenando la solita retorica dell’antimafia militante. Anche allora si palesò l’intento di condizionare la Corte, chiamata, di lì a qualche mese, a valutare la compatibilità di una pena ostativa agganciata, in via esclusiva, al dovere di “collaborare con la giustizia”, piuttosto che alla costituzionale finalità rieducativa della pena.

Scesero in campo i soliti magistrati, gli stessi che nel 2020 lanciarono, a un’opinione pubblica impaurita dalla pandemia, lo scalpo delle rivolte in carcere guidate dalle mafie, nettamente smentiti dall’indagine della commissione presieduta dall’ex PG, Sergio Lari. Tra i soliti noti, un Davigo d’annata che rivendicava l’ostatività come uno scudo per i magistrati di sorveglianza, arrendevoli, altrimenti, dinanzi alle minacce della criminalità organizzata, disvelando così la vera considerazione che avevano e hanno gli altri magistrati dei loro colleghi della sorveglianza.

Ora come allora, se solo pensiamo all’udienza del 2 novembre prossimo in Corte costituzionale chiamata a valutare la legittimità della preclusione assoluta ai permessi premio per i detenuti, solo perché destinatari del provvedimento ministeriale applicativo del carcere duro.

Anche stavolta, un allarme fondato su numeri per nulla affidabili: “quasi 200 boss mafiosi” rimessi in libertà nei primi mesi del 2025. Una cifra, generica e priva di aderenza ai dati ufficiali, riportata nella relazione illustrativa di una proposta di legge presentata in Parlamento dall’on. Chiara Colosimo, presidente dell’Antimafia.

Eppure, sarebbe bastato consultare gli archivi di alcuni quotidiani, da sempre orientati a misure legislative sempre più restrittive, per verificare come il DAP, proprio allora, non avesse una banca dati completa, immediatamente consultabile dei permessi e di altri benefici concessi ai “boss”, tanto che la Commissione parlamentare Antimafia e la Direzione Nazionale Antimafia avevano invocato più volte l’acquisizione di tali dati. Per non parlare della politica che usa il carcere come strumento di lotta e di propaganda. Tra questi, i commissari antimafia del PD che invocano la presenza del Ministro della Giustizia affinché riferisca sui detenuti “anche al 41bis” che escono ed entrano dal carcere grazie a provvedimenti troppo permissivi.

Mi viene davvero difficile credere che i sottoscrittori dem disconoscano le leggi che il Parlamento, anche da essi composto, ha approvato nel corso della legislatura. È impossibile che al 41 bis abbiano goduto di permessi premio stante il divieto introdotto espressamente - ma direi inutilmente, in quanto già prima ne era precluso l’accesso, stante la presunzione di pericolosità - del primo decreto legge, poi convertito dal Parlamento, del governo Meloni che ha riscritto. Nell’ottobre 2022, l’art. 4 bis.

Eppure, può essere utile per distogliere l’attenzione pubblica e della Commissione dallo scandalo del depistaggio sull’indagine mafia-appalti. Non poteva, poi, mancare la solita tesi, sostenuta dal PM Ardita, secondo cui il regime delle celle aperte, introdotto molti anni fa e già un lontano ricordo, avrebbe consentito alle mafie di prendere il controllo delle carceri. Non so quali abbia ultimamente visitato. So, per certo che, in occasione delle nostre visite estive, non ci è mai capitato di vedere in Alta sicurezza la libera circolazione, al di fuori delle celle, dei detenuti. E ciò senza considerare un dato inoppugnabile ovvero che il 100% dei detenuti in AS e al 41bis vive in regime chiuso, al pari del 52% dei detenuti in Media sicurezza.

Così come, tra le celle oltre il limite umano e infestate da cimici, non abbiamo intravisto nugoli di mafiosi beneficiari di permessi. Piuttosto, ne abbiamo visto diversi, fiaccati nell’animo e segnati nel corpo, in attesa da mesi di una decisione che non arriva. Come quel detenuto che, nonostante il tempo trascorso, spera ancora di vedersi autorizzato, per un paio d’ore, per andare sulla tomba del figlio suicida e potervi versare, in solitudine, le sue lacrime. Ma forse è meglio tacere.

*Responsabile Osservatorio Carcere UCPI