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di Francesco Merlo

La Repubblica, 16 giugno 2025

Si può mandare in galera - e non ai domiciliari - un uomo di 94 anni, condannato non per un delitto di sangue ma per la bancarotta di una casa editrice? Si può. Ma per fortuna siamo in Italia e l’ingranaggio giudiziario si tinge sempre di commedia. “In galera ti mando” prometteva Totò in una famosissima scena che, meglio del Processo di Kafka, spiega l’ingranaggio giudiziario italiano, che - come vedremo - si tinge, comunque e sempre, di commedia. Domanda: si può nell’Italia della “brava gente” mandare in galera, e non ai domiciliari, un uomo di 94 anni, Renato Cacciapuoti, condannato a 4 anni e 8 mesi non per un delitto di sangue, ma per la bancarotta, 15 anni prima, della casa editrice “Olimpia”, specializzata in caccia e pesca?

Si può rinchiudere in una cella con altri quattro detenuti un vecchissimo signore con il suo treppiedi e i suoi bastoni, le emorroidi e gli spaesamenti? Si può trascinare in uno dei peggiori penitenziari, il Sollicciano dei brutti ceffi, dei topi e delle cimici nei letti, un uomo che “non è più - diceva Scalfari a 93 anni - nell’età dei vecchi né dei molto vecchi, ma dei vegliardi che spesso sono rimbambiti, ma talvolta sono più lucidi degli altri, perché vedono di più e meglio”? Si può, si può.

Si può, se l’avvocato non si è opposto in tempo, e cioè subito prima che la condanna diventasse esecutiva. Si può, se il sostituto procuratore generale ha emesso l’ordine di arresto senza farsi e fare domande sul numero 94. Si può, se i medici del carcere hanno scritto che le condizioni appaiono buone, “anche se”, “malgrado” e “nonostante”. Si può, se il magistrato di sorveglianza non ha esercitato il potere-dovere della compassione e non ha scelto la detenzione in casa perché ha con il regolamento lo stesso rapporto inesorabile che aveva Javert con i “Miserabili”. Si può, se l’ingranaggio non aggroviglia il nastro, se nessuno ha una paralisi di panico, se la misericordia non illumina la legge. Si può perché “essendo comune - diceva appunto Kafka - questa storia non prevede miracoli”.

Siamo però in Italia, che non è il paese di Kafka ma di Totò, e qui “i vegliardi - diceva ancora Scalfari - a volte sono bambini, a volte sono saggi”. Cacciapuoti in cella è diventato saggio, beniamino di carcerieri e detenuti, e invece di perdersi si è ritrovato, più forte dell’insulto che il suo corpo esausto subiva, al punto da spiazzare persino l’avvocato che, per averlo fuori, lo raccontava a Radio24 malandato come l’abate Faria, ma poi gli scappava un meravigliato: “È un leone”. E si è svegliata l’Italia, si sono indignati i giornali, il cappellano e l’intera chiesa di Firenze, il garante dei detenuti e, mi dicono - Ssst! - che dal Quirinale qualcuno ha telefonato a qualcuno: provate a sconfiggere il regolamento con il regolamento.

Si può? Si può, con un trasferimento sprint in un carcere “più adatto”, il Gozzini, dove Cacciapuoti non è nemmeno entrato perché il magistrato di sorveglianza, che lì è diverso, è una gran donna che, nel tempo di un Padrenostro, lo ha mandato ai domiciliari. E Cacciapuoti, in sei giorni di galera, ha scoperto che nei posti peggiori ci sono le persone migliori.