di Marcello Sorgi
La Stampa, 25 ottobre 2026
Questi ragazzi vogliono semplicemente costruirsi una vita e un futuro migliore. Era abbastanza scontato che dopo il week end di guerriglia di sabato e domenica scorsi, il bilancio della giornata di ieri, malgrado tensioni e anche scontri, con feriti, tra manifestanti e forze dell’ordine registrati a Torino, Milano, Bologna, Firenze, Roma e Napoli, e malgrado le centinaia di fermi, sarebbe stato, complessivamente, meno pesante. Meglio così. E d’altra parte, sfidare l’eccezionale servizio d’ordine messo a punto dal Viminale e dalla Difesa, con poliziotti, carabinieri e soldati delle Forze Armate schierati fianco a fianco, avrebbe significato per il “Movimento 17 Ottobre” un suicidio, non solo politico, ma dei militanti.
Con il governo deciso a colmare i ritardi della settimana precedente, con il decreto che consente di fermare preventivamente anche i minori, con il ministro di Giustizia che si lascia scappare - non si sa quanto d’accordo con la premier - che l’unica soluzione è approntare in fretta nuove carceri minorili e sbatterci dentro i ragazzi che non hanno capito che non c’è da scherzare con vandalismo e devastazioni, chi, anche isolato, avesse cercato di ripetere gli assalti, sapeva a cosa andava incontro: la risposta securitaria di uno Stato deciso a recuperare i ritardi, anche gravi, di sette giorni fa, e a dimostrare di essere in grado di mantenere l’ordine.
Fin qui, tutto prevedibile. Dopo un breve periodo di stordimento il governo aveva annunciato che l’unica cura, contro questi ragazzi violenti, non poteva che essere il bastone e il carcere. Ma basterà? E qui si apre il secondo corno della questione, non soltanto perché il Presidente della Repubblica ha invitato a un’attenta analisi di quel che sta accadendo. La sensazione è che possa non bastare ciò che è stato deciso con l’ottavo decreto sicurezza - beninteso, subito firmato da Mattarella, seppure dopo qualche correzione, perché si tratta di una legittima scelta politica del centrodestra. È impossibile ripetere ogni sabato e domenica una mobilitazione di forze dell’ordine e soldati come quella di ieri. Sarebbe una sorta di militarizzazione del Paese, che, pur mirata a diffondere un maggiore senso di sicurezza, specialmente in quartieri di città disavvezzi da tempo alla violenza paraterroristica (vedi Milano), alla fine cambierebbe il volto dell’Italia, abituata nel tempo recente - salvo qualche limitata eccezione temporale - a una convivenza civile dei propri cittadini, senza il controllo continuo, 24 ore su 24, di uomini e donne in divisa. Per intendersi, una copertura come quella organizzata ieri non si ebbe in modo continuativo neppure ai tempi del terrorismo, quando appunto la lotta contro organizzazioni come le Brigate rosse e affini venne praticata anche con altri metodi, vedi l’intelligence e la legge sui pentiti, che diedero abbastanza presto risultati.
In questo caso l’insidia è diversa: non c’è nessuno di questi giovani, a quel che sembra dalle prime indagini, che pensi di fare o rifare la rivoluzione. Vogliono semplicemente costruirsi una vita migliore di quella dei loro padri e madri immigrati, che si spaccano la schiena perché spesso, troppo spesso, hanno accettato condizioni di sfruttamento indegne dell’Italia. Li vedono alzarsi e uscire di casa all’alba, per fare gli operai o le badanti, poi li rivedono tornare la sera, sfiniti e incapaci di scambiare una parola, e sentono che quella non è vita, e pensano, in molti casi anche sbagliando, che è compito del Paese che li ha accolti assicurare a loro un futuro migliore. Parlare, per avere un resoconto più fedele, con i parroci che svolgono la loro missione in periferia, con maestri, presidi, professori e professoresse che lavorano negli stessi luoghi e non condividono la visione repressiva del governo.
E allora, se non vogliamo ritrovarci, nel giro di qualche anno, come la Francia con le sue periferie ingovernabili, che anche in questo sabato ha vissuto la sua giornata di follia, bisogna che accanto alla macchina dell’ordine pubblico, la quale, va detto, nell’insieme ha funzionato, se ne muova un’altra, come chiamarla?, capace di intervenire nella società per affrontare la grande crisi sociale cresciuta negli ultimi tempi, i cui sintomi sono ormai diventati preoccupanti.









