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di Francesca Spasiano

Il Dubbio, 29 giugno 2026

Dell’intera popolazione penitenziaria che si trova attualmente in carcere solo una piccola parte è composta da donne. Di queste solo una piccola parte si trova in istituti pensati per donne. E di tutte le donne recluse solo una piccola parte sono madri con figli al seguito. Ma non è una buona notizia. Per due ragioni: l’ultimo dato dovrebbe sparire, invece cresce. E gli stessi numeri annunciano un fatto: più sono piccoli più le cose si complicano, per chi sta in cella. Come conferma l’unica fotografia che abbiamo a disposizione: un rapporto di Antigone fermo a tre anni fa, che definisce la detenzione femminile come una “minoranza penitenziaria” dimenticata tra le cifre spaventose delle carceri italiane.

I dati nuovi li ha il ministero della Giustizia, nell’ultimo aggiornamento di maggio: le donne detenute negli istituti penitenziari italiani sono 2.881 su un totale di 64.741 detenuti (su 51.269 posti disponibili), cioè meno del cinque per cento del totale. Una grossa parte si trova nel carcere femminile di Rebibbia, uno dei tre istituti di pena del territorio italiano interamente dedicati alle donne. Gli altri due sono a Trani e Venezia. Pozzuoli ha chiuso i cancelli nel 2024 per l’intensificarsi dello sciame sismico nell’area flegrea. E per il resto le detenute sono sparpagliate dentro le sezioni loro dedicate nelle carceri maschili. Che sono istituti pensati a misura di uomo dal punto di vista sociale e architettonico.

“Il sistema penale investe la maggior parte delle risorse sul controllo della devianza maschile e sul mantenimento dell’ordine, relegando il sistema detentivo femminile a una spesa residuale. In altre parole le donne hanno spazi più piccoli, minore possibilità di risposta ai bisogni specifici, meno strutture e quindi meno possibilità di scontare la pena vicino al territorio in cui si hanno reti familiari e sociali”, spiegava Antigone nel 2023. E le cose non sembrano cambiate: per le donne la pena è doppia perché non esistono più di quanto non esistano gli altri detenuti ammassati nelle nostre celle con un sovraffollamento che sfiora la soglia del 140 per cento.

Al Dubbio lo hanno raccontato le ragazze recluse nella sezione femminile del carcere di Bologna, dove abbiamo provato ad accendere i fari dell’8 marzo. Le voci che abbiamo raccolto stanno al di qua del muro che le separa dai detenuti, nel campo piccolo dell’ora d’aria che non può competere con quello dei maschi. Pure i diritti sono in miniatura, a partire dal lavoro e dall’istruzione. Che scarseggiano perché è complicato attivare corsi e laboratori specifici per pochi, dal momento che il regolamento penitenziario nega l’accesso alle strutture comuni per evitare la promiscuità. Qualcosa di più si riesce a fare nell’istituto femminile della Giudecca a Venezia, che si contraddistingue per le attività volte alla rieducazione e al reinserimento sociale attraverso i laboratori di cosmetica, cucina e sartoria disponibili in carcere. Qui le detenute lavorano all’orto nell’azienda agricola interna all’istituto, imparando mestieri che potranno essere loro utili una volta uscite.

In generale l’offerta scolastica, secondo i dati raccolti da Antigone, si interrompe nei gradi inferiori di istruzione e decresce man mano che si procede verso i gradi più alti. Ma “non c’è motivo di supporre che le donne siano meno interessate ai corsi di istruzione di secondo livello. La verità è che questi, negli istituti più piccoli, generalmente non esistono, spesso con la giustificazione che non ci sono abbastanza donne interessate alla loro attivazione”. Un capitolo a parte riguarda il sostegno psicologico e l’accesso alle cure, che per le donne significa anche poter ricevere attenzione rispetto alla propria salute ginecologica, con la possibilità di effettuare degli esami di screening periodici. Tutte criticità che affliggono il mondo penitenziario in generale, e che andrebbero affrontate anche attraverso una prospettiva di genere.

Il nodo riguarda la mancanza di una regolamentazione della detenzione femminile: l’ultima norma risale al 2015, la legge Gonnella. Dopo la quale c’è stato un regolamento di esecuzione che si limita a dare istruzioni su questioni molto pratiche come l’igiene personale e il vestiario, con indicazioni che poi vengono applicate in ciascun carcere con regolamenti propri. Si tratta di poter avere con sé in cella oggetti personali, simboli della propria affettività, creme depilatorie, smalti, deodoranti, assorbenti. Tutto ciò che non rientra nel vitto e che le detenute non possono permettersi di acquistare allo spaccio.

I bimbi dietro le sbarre - Da molto tempo in Italia la politica ripete “mai più bimbi in carcere”. E poi succede il contrario. Soprattutto nell’ultimo periodo, in cui si registra un balzo in avanti. Secondo gli ultimi dati del Ministero, infatti, ad oggi ci sono 25 madri in carcere con 30 figli al seguito. Alla fine del 2024 i bambini erano 10, a metà del 2025 sono saliti a 19. E già lo scorso marzo sono diventati 26, più del doppio rispetto al numero registrato nello stesso periodo lo scorso anno (11), come segnala Antigone nel suo ultimo rapporto pubblicato a maggio.

Che cosa è cambiato? Le norme, con l’arrivo del Decreto Sicurezza nel 2025. Che ha trasformato il differimento della pena per le donne incinte o con figli neonati fino a un anno di età da obbligatorio a facoltativo. Con la nuova legge la decisione è in capo al magistrato di sorveglianza, chiamato a valutare caso per caso il rischio di recidiva. Se il rinvio non viene concesso, madre e figlio devono andare in un Istituto a custodia attenuata (Icam). Strutture più morbide, in teoria, ma pur sempre luoghi chiusi in cui si recinta l’infanzia. In Italia ce ne sono solo quattro: a Torino, Milano, Venezia e Lauro, in provincia di Avellino. L’ultimo, che fino a poco tempo fa risultava inattivo, ora ospita da solo il 40 per cento delle madri detenute, 10 su 25. A Torino-Le Vallette ci sono 5 madri e 5 figli, altre 4 donne con 5 bimbi sono a Milano nell’istituto di San Vittore.

Mentre le scelte più adatte alla crescita dei piccoli, come le case famiglia o la detenzione domiciliare, restano una chimera. Ad aggravare la situazione, come si è detto, la stretta sbandierata a suon di slogan e cartelloni contro “le mamme rom”, che secondo la narrazione leghista userebbero la gravidanza per non andare in carcere. Per fargli la guerra, la legge fa un passo in più: per la prima volta introduce la possibilità di separare la madre dal figlio per motivi disciplinari. Con un effetto drammatico: la donna può essere trasferita in un carcere ordinario da sola, e il bambino affidato ai servizi sociali.