di Angela Stella
L’Unità, 11 giugno 2026
“L’emergenza è cronica ma dal 2022 è peggiorata. Migliaia di persone sono sottoposte a trattamenti inumani, non si può chiudere gli occhi solo perché si tratta di autori di reato. Liberiamo chi è prossimo al fine pena e ha un percorso positivo”. Gian Luigi Gatta, Ordinario di Diritto penale presso l’Università degli Studi di Milano e Presidente dell’Associazione Italiana dei Professori di Diritto Penale, siamo alla soglia di una estate rovente. La situazione delle carceri è disastrosa. Il ministro Nordio sostiene che si tratta anche di una situazione ereditata dai precedenti Governi. L’emergenza-carcere è da tempo cronica ma la situazione è molto peggiorata negli ultimi anni.
Dall’inizio della legislatura il tasso di sovraffollamento è cresciuto del 16%, passando dal 109,8% al 126,2%. Ci sono 8.516 detenuti in più. Nel complesso erano 56.225 a ottobre 2022; oggi sono 64.741. I posti regolamentari in più sono invece solo 95. D’altra parte, politiche penali che insistono nell’inasprire le pene e aumentare il numero dei reati non possono che produrre sovraffollamento. Secondo l’ultimo rapporto Space II del Consiglio d’Europa il tasso di incarcerazione (numero di detenuti ogni centomila abitanti) è cresciuto in Italia da 90, nel 2022, a 105, nel 2025.
Questo governo esclude categoricamente misure clemenziali. Fa tante promesse ma forse non vedranno la realizzazione in questa legislatura. Il Governo ha fallito su questo?
Il punto non è la clemenza, ma il rispetto dei diritti fondamentali delle persone detenute. Lo Stato non può tollerare che migliaia di persone siano sottoposte in carcere a trattamenti inumani e lesivi della dignità, della salute e di altri diritti costituzionalmente garantiti. Il principio di uguaglianza non autorizza a chiudere gli occhi, solo perché si tratta di autori di reato.
Cosa si potrebbe fare in questo scorcio di legislatura per dare un minimo sollievo ai detenuti?
Uno strumento adottato anche da altri Paesi è il rilascio anticipato dei detenuti giunti a fine pena e che abbiano dato buona prova di sé nel percorso di rieducazione. Si otterrebbe già molto, e subito, aumentando con effetto retroattivo l’entità della riduzione di pena per la liberazione anticipata, come proposto in un disegno di legge dall’On. Giachetti, che purtroppo non ha avuto seguito.
Quanto potrebbe incidere una decisione positiva della Corte Costituzionale nel giudizio promosso dal Tribunale di Sorveglianza di Firenze in merito alle condizioni inumane del carcere di Sollicciano?
Molto, in termini di difesa del principio di umanità della pena. Non però in termini di riduzione del sovraffollamento, che è un problema diverso da quello, più generale, delle condizioni igienico-sanitarie di detenzione e che deve risolvere la politica, non la Corte costituzionale. La questione rimessa alla Consulta riguarda casi del tutto particolari, in cui siano stati esperiti inutilmente tutti i rimedi per evitare detenzioni inumane, come nel carcere di Sollicciano. La questione non riguarda però il tema generale del sovraffollamento. Attenzione a non scaricare sulla Corte responsabilità e aspettative che vanno riposte sull’Amministrazione e sui decisori politici. La Corte difende i diritti individuali: non è poco, ma il sistema va raddrizzato da chi governa il carcere e la politica penale.
Un’altra grave patologia del sistema dell’esecuzione penale è quella dei liberi sospesi, coloro che essendo stati condannati con sentenza definitiva a una pena detentiva non superiore a quattro anni attendono spesso per anni la decisione del tribunale di sorveglianza sulla richiesta di una misura alternativa alla detenzione. Sono delle vere e proprie vite sospese. Che fare?
Nell’immediato bisognerebbe aumentare gli organici dei magistrati di sorveglianza, del personale di cancelleria e degli uffici per l’esecuzione penale esterna. I liberi sospesi aumentano perché ci sono troppe domande di misure alternative da trattare, in rapporto alle forze disponibili.
Il caso Minetti ha riacceso il faro sull’istituto della grazia. In un mondo perfetto forse il Presidente della Repubblica potrebbe anche non conoscere il nome di chi la richiede, perché conta solo il percorso. Lei che idea si è fatto di questa vicenda?
Il ‘processo mediatico’, i social e una buona dose di confusione hanno finito per mettere in ultimo piano le ragioni umanitarie alla base della grazia, che è istituto dal quale non può essere escluso, per il principio di uguaglianza, chi è stato protagonista di scandali e pagine negative della recente storia politico-giudiziaria.
Questo esecutivo ha approvato, se non erro, quattro decreti sicurezza. Solo norme bandiera?
Alcune sì, ma non tutte. Molte norme, che impattano in settori diversi, pongono problemi di compatibilità con i principi costituzionali che non tarderanno a essere valutati nelle aule giudiziarie.
Nella maggioranza si è riaperto il dibattito sulle riforme. Chi invoca la responsabilità civile dei magistrati, chi minimi interventi chirurgici. Lei che ne pensa di questa discussione?
Sono sempre più convinto che la priorità dovrebbe essere data a interventi mirati di amministrazione attiva, supportati da investimenti, per far funzionare meglio il processo e l’esecuzione penale. Certo, con una campagna elettorale alle porte è più facile proporre riforme identitarie che mettere mano al bilancio dello Stato.
Un altro tema di discussione è quello delle intercettazioni. Il Procuratore Nazionale antimafia e antiterrorismo Melillo invoca cautela al Parlamento, in nome del doppio binario. Condivide o pensa che nel doppio binario alcune garanzie vengano meno?
Il Procuratore Melillo, nello spirito della collaborazione istituzionale, ha segnalato alcuni evidenti profili di irragionevolezza nella disciplina delle intercettazioni e difficoltà operative. La materia è complessa: si tratta di individuare punti di equilibrio tra garanzie e soluzioni funzionali all’efficace contrasto di criminalità organizzata e terrorismo.
Il Parlamento ha approvato l’inserimento delle vittime in Costituzione. Qual è il suo parere?
Il diritto penale, nell’Italia repubblicana, tutela da sempre interessi, individuali e collettivi, che fanno capo a persone offese, cioè a vittime di reato. Non è certo necessario declamare la tutela delle vittime nella Costituzione. Farlo può anzi porre, per il futuro, il rischio di alterare qualche equilibrio con gli interessi dell’imputato.
Dodici milioni di italiani hanno chiesto una riforma della giustizia al referendum. Da dove ripartire allora?
Partirei da una riflessione trasparente e condivisa sui risultati ottenuti rispetto agli obiettivi del PNRR. Sulla riduzione della durata dei processi e dell’arretrato i risultati sono buoni, ottimi nel penale, e vi hanno contribuito in molti, compresi i magistrati, all’esito di un percorso che ha attraversato tre diversi governi. Partirei, insomma, da ciò che può unire, più che dividere e polarizzare il dibattito, come ha fatto il referendum.
Da qui al termine della legislatura quali sarebbero a suo parere gli interventi in grado di incidere sul processo in senso più garantista, visto che il gip collegiale, ad esempio, è stato rinviato a febbraio?
La priorità è ora la garanzia di chi è detenuto: mi focalizzerei sull’emergenza carcere, più che sul processo, al quale riserverei le riflessioni sul PNRR. I processi durano meno, si prescrivono meno reati e pochi processi terminano in appello o in Cassazione per improcedibilità. Reintrodurre la prescrizione del reato nei giudizi di impugnazione, superando le riforme Bonafede e Cartabia, sarebbe insensato, dati alla mano.
Se dovesse dare un voto a questo Governo in materia di giustizia quale darebbe professore?
Do voti solo ai miei studenti, che peraltro li danno anche a me!










