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di Emilio di Somma*


Ristretti Orizzonti, 4 dicembre 2020

 

La pandemia da Covid-19 ha colpito anche il carcere, e come non avrebbe potuto! Luogo affollato per eccellenza, sovraffollato per definizione. Per far diminuire le presenze che al momento della prima ondata erano superiori alle 60.000 persone, e dopo le prime scarcerazioni che, accolte con grande scandalo, avevano prodotto un inizio di deflazione, sono stati adottati dal Governo altri provvedimenti che hanno consentito una riduzione un po' più consistente.

Ma evidentemente anche questi provvedimenti si sono dimostrati insufficienti e la situazione va peggiorando di giorno in giorno. Eppure per sentir parlare di amnistia c'è voluto lo sciopero della fame ancora in atto di Rita Bernardini, gesto di sollecitazione e di protesta al quale si sono poi associati Luigi Manconi, Sandro Veronesi, Roberto Saviano per darvi forza e sostegno. Anche io plaudo all'iniziativa e sono sicuro che molti altri faranno altrettanto.

Al momento i detenuti presenti nelle 190 carceri italiane sono circa 54.800 con un calo, dunque, di circa 6/7000 persone. Si tratta di soggetti già in semilibertà ai quali possono essere concesse licenze premio straordinarie, oppure di detenuti che hanno già goduto di permessi premio la cui durata può essere aumentata e poi ancora di soggetti in detenzione domiciliare e che abbiano meno di diciotto mesi di pena ancora da scontare che potranno restare a casa o in altro luogo pubblico o privato di cura, assistenza e accoglienza per un periodo un po' più lungo purché accettino di indossare il braccialetto elettronico, ammesso che ve ne sia la disponibilità.

Una serie di limitazioni accompagnano la possibilità di usufruire di questi benefici che peraltro restano in vigore fino al 31 dicembre. Chi fosse interessato a saperne di più potrà dedicarsi alla lettura del decreto legge 137/2020. Di amnistia, mi sembra di capire, non si intende minimamente parlare. Eppure l'amnistia e l'indulto sono previsti dalla nostra Costituzione, all'art. 79, ed esprimono la volontà dello Stato di adottare un provvedimento di clemenza in occasione di particolari circostanze della vita del Paese in cui può essere importante compiere un gesto di pacificazione.

Sono atti che danno il senso di una politica di elevato livello e della capacità di perdonare che è propria di uno Stato democratico consapevole della propria solidità. Questo è ciò che dovrebbe essere un'amnistia. È, però, vero che tra i venti provvedimenti di amnistia adottati dal 1948 al 1990 ve ne sono stati alcuni che hanno consentito che uscissero dal carcere categorie di autori di reati, in specie in materia finanziaria ed ambientale che sarebbe stato opportuno vi rimanessero.

Erano, però, sapientemente legati ad eventi come la celebrazione del Concilio Vaticano II, al quarantennale di Vittorio Veneto, all'entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale. Altra critica rivolta all'uso troppo frequente dell'amnistia era quella di scoraggiare i governi dall'adottare finalmente leggi che si muovessero nella direzione di evitare il ricadere nella situazione critica del sovraffollamento. E questo era giusto. Ed infatti, immediatamente dopo aver riportato le presenze in una condizione di normale e civile vivibilità, i governi, il Parlamento, la politica si sarebbero dovuti adoperare per una rapida approvazione di leggi tutte indirizzate a rendere stabile quella condizione. Ma questo purtroppo non accadeva. Sono stato quarant'anni nell'amministrazione penitenziaria.

Ho lasciato il carcere di Poggioreale nel 1979 ed in quel momento ospitava 2200 detenuti, oggi ne ospita 2177. Tutto questo, e anche altro, fece sì che entrasse in vigore la legge costituzionale 6 marzo 1992, n.1, che modificò l'art.79 della Costituzione che si occupa dell'amnistia e dll'indulto. Ricordo per inciso che il 1992 fu l'anno di "Mani pulite". Con questa modifica si è stabilita una procedura aggravata secondo la quale "l'amnistia e l'indulto sono concessi con legge deliberata a maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna camera, in ogni suo articolo e nella votazione finale", prima della modifica era richiesta la maggioranza assoluta. Si badi bene, una simile maggioranza non è richiesta neanche per modificare la Costituzione il cui art.138 richiede, appunto, la sola maggioranza assoluta. Questa nuova procedura ha trovato sino ad oggi applicazione una sola volta per l'approvazione di un indulto - per carità, mai più parlare di amnistia! - varato nel 2006 quando la popolazione detenuta arrivò a sfiorare le 70.000 unità. Il che dimostra, però, che dal 1990, anno dell'ultima amnistia, non era sto fatto ugualmente nulla, anzi tra il 2001 e il 2006 erano state approvate leggi in materia di droga e di immigrazione, ulteriori tipi di reato e incrementi di pene che avevano prodotto il solo effetto di arrivare a quel pazzesco un aumento.

Viene di pensare che forse si faceva meglio quando si diceva che l'Italia era il paese delle amnistie. Almeno quella classe politica, sia pure nell'incapacità di trovare soluzioni più organiche e strutturate, salvava la propria coscienza e regalava un po' di respiro ai detenuti ed ai tribunali. Non sarà stato un comportamento nobile, anzi in essi aleggiava un pò di ipocrisia, ma era sicuramente più efficace del nulla che è venuto dopo e che ci ha visti subire l'ignominia di condanne da parte della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo per aver inflitto ai nostri detenuti trattamenti inumani e degradanti. Ricordo lo sdegno dell'allora Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che lanciò numerosi appelli e finanche un messaggio al Parlamento sulla situazione delle carceri tanto la situazione era divenuta drammatica. E devo dire, però, che quei forti stimoli fecero sì che arrivasse un momento che ci fece ben sperare.

Andrea Orlando, Ministro della Giustizia dal 2014 al 2018 nei Governi Renzi e Gentiloni, riuscì, infatti, nel 2007 a varare una riforma, forse non perfetta, ma sicuramente più organica di tanti interventi parcellizzati, del processo e dell'ordinamento penitenziario come non si vedeva da tempo. Il sogno, però, durò poco. Il governo Lega-5S, appena insediato, secondo le migliori tradizioni del nostro Paese, provvide subito a smantellare quasi per intero quel progetto che dopo tanti anni ci mostrava una "visione" dell'esecuzione penale e, in generale, del mondo della giustizia più aderente alle indicazioni della nostra Costituzione. Siamo rapidamente ritornati in una situazione di grande incertezza e confusione.

E d'altra parte, una classe politica incerta, litigiosa e in buona parte impreparata ed incompetente non può avere altra visione che quella del "buttiamo la chiave" invocando una "certezza della pena" di cui o non conosce o dolosamente tradisce il senso così ingannando una opinione pubblica impaurita. Certezza della pena vuol dire che la pena è determinata dalla legge, non dal capriccio di qualche capopopolo e ancora che la pena non deve consistere solo nel carcere che deve invece essere una "extrema ratio".

In conclusione, voglio dire che questo è il momento, nel rispetto dello spirito che anima la previsione costituzionale, che intervenga una amnistia per evitare danni, malattie e morti in misura intollerabile ma purtroppo inesorabilmente prevedibile se si va avanti senza dimostrare quella "pietas" che in questa situazione è doverosa. Stiamo vivendo in una situazione che per molti versi è anche peggiore di una guerra perché il nemico è infido e non riconoscibile, abbiamo un'arma di difesa, usiamola e dimostriamo che siamo uno Stato giusto e forte e per questo anche capace di perdonare.

 

*Già Vice Capo DAP