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di Pietro Pellegrini*

Il Manifesto, 9 marzo 2022

Il 4 ottobre 2019 nella Questura di Trieste avviene l’omicidio di due agenti di Polizia e il tentato omicidio di altri otto. La tragedia si consuma, a quanto pare, con le armi di servizio degli stessi agenti. L’imputato, un trentenne, ristretto in carcere, è stato sottoposto a due perizie psichiatriche, risultando imputabile con la prima e non imputabile per la seconda.

Una situazione che porta a riflettere sul “doppio binario” del Codice Rocco (1930): un percorso per gli imputabili e un altro per i non imputabili, cioè incapaci di intendere o volere. Spetta al giudice decidere e di norma lo fa sulla base della perizia psichiatrica.

Numerosi studi evidenziano i limiti della capacità predittiva della psichiatria e la non scientificità della perizia. Questa a posteriori, di mesi e a volte di anni, deve valutare lo stato mentale al momento del fatto-reato e se questo possa essere connesso in termini causali con un disturbo mentale. Un determinismo biologico distante dall’attuale concezione del disturbo mentale fondato su un modello complesso dove fattori biologici, psicologici, sociali, culturali sono in reciproca interazione, in un rapporto dinamico tra biologia e ambiente, tra genetica ed epigenetica. I comportamenti sono multi-determinati, molteplici sono i fattori di rischio, protettivi e precipitanti.

La persona con disturbo mentale non è più da considerarsi irresponsabile, pericolosa, improduttiva, inaffidabile. Pur nella sofferenza psicopatologica, responsabilità, capacità di autodeterminarsi e percorsi di recovery possono realizzarsi nella libertà attraverso il consenso, nella partecipazione attiva alle cure. La psicopatologia concettualizza in termini nuovi il suicidio, gli atti eteroaggressivi e riconosce il ruolo dei determinanti sociali della salute, ivi compreso lo stigma.

È quindi matura una riforma che riconosca una piena parità di diritti e doveri, cancelli il doppio binario e affermi l’imputabilità sulla base del principio di responsabilità: che ha valore per la giustizia, così come per la terapia.

Per l’atto commesso le persone devono avere il diritto al processo, a confrontarsi con la legge. L’ascolto partecipe dà valore al punto di vista della persona, riconosciuta interlocutore degno di attenzione. L’incapacità a stare in processo deve essere superata: la persona con disturbi mentali ha bisogno della parola della legge che dialoga, giudica e stabilisce la durata e le modalità di esecuzione della pena. Non giova un proscioglimento che rimane incomprensibile per un fatto che rimane molto presente nel mondo interno della persona.

La cura ha bisogno di chiarezza, fiducia, speranza, possibilità di elaborazione e riparazione, fondamentali anche per le vittime e i loro familiari. Affinché i vissuti siano compresi e l’evoluzione sia possibile vi è bisogno di ancoraggi alla verità giudiziaria. Ciò rende possibile l’elaborazione psicologica e relazionale, storica ed etica (l’umana pietas) di fatti umani molto inquietanti perché connessi alla vita e alla morte. Il proscioglimento crea una nebulosa che può far sprofondare tutto nel buco nero del non senso. E poiché, a prescindere dallo stato giuridico, va assicurato il diritto alla salute della persona, l’esecuzione della pena può avvenire in contesti più appropriati alla cura, alternativi alla detenzione in carcere.

Il 14 marzo la Corte d’Assise dovrà decidere per il proscioglimento e il ricovero in Rems o il processo per l’autore degli omicidi di Trieste.

Dopo la sentenza della Corte Costituzionale n. 22/2022 sulle Rems, la proposta di legge n. 2939 (elaborata dalla Società della Ragione e presentata dall’on. Riccardo Magi) sul superamento della non imputabilità per vizio di mente può rifondare su basi nuove il “patto sociale” di giustizia e di cura delle persone con disturbi mentali.

*Psichiatra, Direttore DSM di Parma