di Gabriele Romagnoli
La Repubblica, 20 marzo 2022
Da troppo tempo le conversazioni sono monotematiche. È legittimo cambiare discorso? È la ricerca non di un rifugio prefabbricato, ma di una base da cui rilanciare l’idea per cui un altro mondo è, sempre, possibile.
Eppure è ancora possibile, anzi è salutare, ridere, farsi portare lontano da una musica, sognare un altro tempo affidandosi alla magnifica inesistenza dei personaggi inventati da un regista. Può sembrare paradossale affermarlo in un articolo di giornale che viene dopo molti altri a tema unico (la guerra in Ucraina, come prima lo era stato la pandemia).
È legittimo riprendersi Italo Calvino e affermare che “la leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”. Cantare con Lucio Battisti l’innocenza delle evasioni. Affidarsi al respiro dell’arte, che non è mai stata mera sovrapposizione alla realtà, neppure nella più calcolata esibizione di un performer dell’autofiction che vaneggi la scala 1:1.
Da troppo tempo le conversazioni sono monotematiche e, ma questo da sempre, ininfluenti. Da dove viene veramente il Covid, però anche questi vaccini, quale sarà la salute di Putin, ma anche la Nato dal canto suo. Opinioni di terza mano, riprese da opinionisti di seconda. È lecito cambiare discorso? È sacrilego continuare a cercare l’aggancio salvifico della bellezza e il potere della rappresentazione di condurci altrove? A volte è così riuscita da imporsi prendendoci alla sprovvista, con la guardia abbassata.
Per esperienza personale mi è capitato anche in questi tempi in cui il retropensiero non ci molla mai. L’ultima proprio ieri mattina, con un libro in mano, mi sono sorpreso a ridere. Stavo leggendo Serge di Yasmina Reza: la storia tragicomica di tre fratelli che ha per epicentro una gita ad Auschwitz e neppure lì rinuncia a mettere in scena la distorsione del turismo di massa, “la folkloristica commozione”, il protagonista che davanti alla Judenrampe percepisce come unico fastidio la presenza degli insetti. A dirci che la nostra irrequietezza non è “vanità, pazzia o malessere. Gli uccelli non sono né irrequieti né pazzi. Cercano il posto migliore e non lo trovano. Tutti crediamo che esista un posto migliore”. O che sia esistito un tempo migliore. E continuiamo a voltarci, ad adottare passati che non abbiamo vissuto.
Così due sere fa mi sono lasciato trasportare dalla nostalgia di Paul Thomas Anderson e dal suo film Licorice Pizza per ritrovarmi in quell’America che è sempre stata la seconda patria di chi è cresciuto non tanto in quegli anni ma guardando quegli anni, nella gioiosa sostituzione alla propria realtà di quella dei romanzi, dei telefilm e, più di ogni altra cosa, dei testi delle canzoni. Abbiamo davvero bussato alle porte del paradiso e pazienza se non ci è stato aperto: torneremo, anche da vecchi, fino alla fine, con la stessa fiducia di quei ragazzi che per tutto il tempo della pellicola corrono, corrono verso il futuro.
E due sere prima ancora, in un teatro, a un certo punto dello spettacolo mi sono ritrovato a battere il piede sul pavimento cercando un’assonanza con il ritmo. Sul palco Lina Sastri in Eduardo mio cantava una versione di Tammuriata nera irresistibile, così scandita e tribale. La canzone ha un riferimento al tempo di guerra, certo, al figlio di un incrocio proibito, ma la forza dell’arte è quella di evocare in ciascuno il proprio sogno alla fine della stessa giornata e così io ho ritrovato un tram incassato sotto il ponte ai Murazzi del Po di Torino negli Anni Novanta, una folla danzante e multirazziale: “Niro, niro comm’a che!”.
Potrei andare ancora più in là e dire che un effetto evocativo, l’allusione a una traiettoria impensabile, l’ha avuto pure il gol con dribbling, sospensione del tempo e poi tiro, messo a segno da Boga nel finale di una partita perfetta dell’Atalanta a Leverkusen.
La guerra, la malattia, la separazione, il lutto, l’esilio e ogni forma di sofferenza producono un’ossessione. Restringono il mondo a quell’esperienza. Non si parla d’altro, non si prova altro, si finisce per non immaginare altro, elevando il dolore al quadrato. La salvezza richiede uno slancio di fantasia, una sovversione estetica che allontani dalla bruttura in cui ci ha infilati il caso o l’altrui non condivisibile volontà di potenza.
Si può leggere Lolita a Teheran, ascoltare Leonard Cohen nelle cuffie in ospedale, guardare Boris in fondo al pozzo della propria solitudine. Poi, certo: Vita e destino di Grossman, L’isola dei morti di Rachmaninov e la serie tv con Zelensky, ma la libera uscita del pensiero è un ricostituente morale. È la ricerca non di un rifugio prefabbricato, ma di una base da cui rilanciare l’idea sommersa per cui un altro mondo è, sempre, possibile.










