di Irene Famà
La Stampa, 5 ottobre 2025
La sfida del carcere è reinserimento e recupero sociale: lo stabilisce la Costituzione, lo vuole il senso comune di speranza e umanità. E questa sfida, quando si tratta di ragazzi, è ancora più rilevante e significativa. Il passaggio dagli istituti penitenziari minorili a quelli per adulti è estremamente delicato e complesso, soprattutto quando si hanno davanti diciottenni o poco più: troppo grandi per stare con detenuti adolescenti, troppo piccoli per scontrarsi con il mondo dei reclusi adulti.
Eppure il decreto Caivano, sbandierato dal governo Meloni come rimedio alla criminalità giovanile, ha ampliato i casi in cui un ragazzo può essere trasferito dagli Ipm alle carceri ordinarie. “Tolleranza zero con la delinquenza”, si diceva con forza. Pugno duro contro i giovani che sbagliano. Educare? No, punire. Così, se prima un appena maggiorenne poteva restare negli istituti minorili fino ai ventuno anni - e in certi casi pure fino ai venticinque - oggi il trasferimento “anticipato” è molto più facile.
Sempre disposto da un magistrato di sorveglianza, certo, ma agevolato soprattutto per ragioni di ordine e sicurezza. In pratica: un ragazzo è violento, rompe gli equilibri all’interno del penitenziario, cerca di imporsi sugli altri, sfida l’autorità? Va spostato con gli adulti. Poco importa se, in quel contesto, dovrà confrontarsi con criminali di lungo corso e rischierà di essere sopraffatto, sottomesso o addirittura affiliato a reti criminali strutturate.
“I rischi ci sono”, dice la procuratrice dei minorenni di Torino, Emma Avezzù. Donna equilibrata e di grande esperienza, invita a non banalizzare la discussione e si sofferma sulle contraddizioni della questione. È vero, un diciottenne che viene trasferito nelle carceri degli adulti può trovare “cattivi esempi” e imparare linguaggi e comportamenti criminali. Però “bisogna valutare caso per caso. Alcuni giovani chiedono di essere trasferiti per stare vicino a casa e poter ricevere più facilmente le visite dei genitori, dei fratelli, degli amici. Ad avanzare questa istanza sono soprattutto le donne: gli Ipm femminili, infatti, sono solo due, uno a Roma e uno Pontremoli, in Toscana”.
I penitenziari ordinari, poi, spesso hanno più risorse e possono offrire maggiori progetti di lavoro, dalla ristorazione alla carpenteria, e iniziative di reinserimento. Da qui l’appello: “Per le carceri minorili servirebbero più risorse. Sono da potenziare e ripensare anche a fronte del cambiamento della popolazione”. I più grandi può capitare che chiedano di essere trasferiti per non doversi relazionare con compagni di cella appena adolescenti. Chi delinque è sempre più giovane e da quattro o cinque anni in carcere arrivano in prevalenza quattordici o quindicenni accusati di rapine, furti, violenza sessuale, lesioni. Per non parlare delle segnalazioni dei bambini non imputabili, spesso con meno di tredici anni. Per loro, però, la questione è differente: per legge, in carcere non possono finirci. Sono troppo piccoli per comprendere la gravità delle loro azioni, le conseguenze dei loro gesti.
Cinquecento cinquantasei i maschi negli Istituti penitenziari minorili: tra i più affollati Roma, con cinquantadue presenze, Torino con quarantasei ragazzi e Catania che conta quarantatré detenuti. Diciassette, invece, le donne: undici a Pontremoli e sei a Roma. Oltre 1.200 i ragazzi, perlopiù tra i sedici e i diciassette anni, sono entrati negli istituti penitenziari per reati di spaccio o detenzione di droga. “Molti di loro sono anche assuefatti dalla droga e la dipendenza spesso amplia problemi psichici che non vengono dichiarati”, spiegano gli esperti. Che aggiungono: “Tra gli adulti, la situazione può solo peggiorare”.
Si tratta soprattutto di ragazzi fragili, che arrivano da situazioni famigliari a rischio, economicamente in difficoltà, educativamente non adeguate, che si ritrovano senza risorse e punti di riferimento. Sono soliti ad agire in “branco”, come lo definiscono i sociologi, perché “trovano nell’agire insieme un modo per esprimere sentimenti di esclusione, assenza di prospettive, il non sapere chi sono”.
È doveroso specificare un aspetto: quando si discute sulla permanenza negli Ipm di ultra-diciottenni (sino ai venticinque anni) si parla di ragazzi che hanno compiuto un reato da minori. Ci sono quelli reclusi in misura cautelare e quelli che devono scontare pene molto lunghe e che le diciotto candeline le spengono in cella.
Valutare la possibilità di lasciarli in un istituto minorile, spiega Franco Prina, per anni giudice onorario al Tribunale dei minorenni di Torino, docente di sociologia della devianza, “ha avuto a lungo il senso molto positivo - pensando soprattutto a chi è condannato a pene medio-lunghe - di non interrompere percorsi di formazione professionale, di studio e i sostegni educativi”. Il professor Prina sottolinea un aspetto: “Oggi il problema riguarda l’estensione dell’uso del carcere per le misure cautelari e il fatto che negli Ipm vengono rinchiusi quasi maggiorenni difficili, con alle spalle storie terribili. Nelle istituzioni vedono un nemico, realtà e persone considerate ostili, di cui non fidarsi mai. E così sono, a volte, protagonisti di rivolte, resistenze, ribellioni”. La maggiore età diventa, per il sistema, il comodo lascia passare per “liberarsi di quel detenuto problematico, indocile, diventato un problema”. Prina è critico: “Invece di mettere in campo più strumenti di ascolto, più competenze di mediazione, più specialisti, si sceglie la soluzione più semplice: mandarli via”. Il pericolo? Che i trasferimenti anticipati diventino solo un modo per spostare i problemi, non per risolverli. E che le carceri per adulti finiscano per accogliere giovani ancora lontani dall’aver avuto una vera possibilità di cambiamento. Sfida educativa fallita.










