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di Flavia Perina

La Stampa, 24 aprile 2022

Non voglio vederlo, troppa disumanità, troppa angoscia”. “Non posso crederci, stanno inventando, non può essere vero”. Le due simmetriche reazioni del pubblico della tv e dei social all’incrudelirsi della guerra hanno un dato in comune: la fuga psicologica dalle immagini dei profughi, dei morti, dei torturati, dalle interviste alle stuprate, dalle foto delle bambine mutilate, dai racconti delle mine nascoste nei cadaveri per straziare chi vorrebbe seppellirli, dalle voci degli spauriti soldatini russi che chiamano la mamma piangendo.

I Tg perdono spettatori in quote tra l’8 e il 15 per cento, i trend di ricerca su Google su “Guerra Ucraina” sono scesi in un mese da cento a zero: sono quelli del “Non voglio vederlo”, tantissimi. Un’indagine di Ilvo Diamanti quota addirittura al cinquanta per cento gli altri, quelli del “Non può essere vero”, cioè gli italiani convinti che l’informazione sul conflitto sia distorta e pilotata. Tra di loro, uno su quattro va oltre: è sicuro che le immagini e notizie più choccanti siano false o falsificate, che i morti siano attori, che le fosse comuni siano buche piene di manichini, che gli asili bombardati siano un film.

Lo specchio deformante - La disumanità ci atterrisce. La rifiutiamo. Non vogliamo vedere il suo effetto sui corpi, soprattutto quando quei corpi assomigliano ai nostri: portano i nostri stessi vestiti, sneakers simili a quelle dei nostri figli, sono bianchi ed europei, siamo noi visti nello specchio deformante dell’inaudito che diventa possibile.

Noi, convinti dalla nostra intera educazione e dalla nostra solida cultura post-novecentesca che la disumanità resistesse appena come tara personale e perversione dei singoli, la disumanità quotidiana degli uomini che ammazzano le mogli e i figli, dei caporali che puniscono a bastonate i braccianti pigri, dei papponi che marchiano col ferro da stiro le loro schiave disobbedienti e via scendendo fino gli orrori commessi contro gli animali, fino al gattino o al cagnolino lanciato dal balcone. Noi, che avevamo dichiarata estinta dal nostro orizzonte psicologico la disumanità su larga scala, la ferocia sull’inerme esercitata massivamente.

Buoni e buonisti - Quel tipo di disumanità era da tempo roba da celebrazioni a scadenza fissa - la Giornata della Memoria della Shoah, il Giorno del Ricordo delle foibe - largamente metabolizzate perché nessuno sotto gli ottant’anni ne conservava un’esperienza diretta. Addirittura, secondo una parte considerevole della pubblica opinione, il problema dell’Occidente era il contrario: dopo aver domato la disumanità si era arreso a una visione troppo larga del concetto di umanità. Eravamo diventati - si diceva - troppo buoni, buonisti, succubi di un eccesso di attenzione ai principi universalistici, tanto che la stessa natura di quei principi-cardine cominciava a sfuggirci: eroi o indegni, umani o disumani Abram Lincoln o Theodore Roosvelt, statisti-simbolo ma anche interpreti di un’America “troppo bianca”? Umano o disumano il salvataggio in mare dei migranti, che domani incoraggerà altri disperati ad avventure mortali? Umano o disumano, esercizio di coscienza o espediente dell’ipocrisia, l’uso delle “parole proibite” dell’apharteid e della discriminazione?

Senza contrappesi - Ci siamo appassionati a quei dibattiti, li abbiamo costruiti e coccolati immaginando che lì si collocasse la nuova frontiera della discussione pubblica sull’umanità e i suoi diritti. Una questione di linguaggio, di revisione storica, di opportunità politica e sociale. Avevamo dimenticato la dimensione autentica della disumanità che poco c’entra con la crudeltà dei singoli o dei gruppi e moltissimo, tutto, con l’esistenza e l’esercizio di un potere assoluto che non teme contraccolpi dagli inermi.

Quel tipo di disumanità percorre la storia come un ciclone e ovunque esiste un potere privo di limiti apre un’enorme finestra di rischio per i popoli e per le persone. È il generale che crocifigge schiavi da Roma a Capua, uno ogni trecento metri, perché ha il potere di farlo e quel potere è assoluto, non ha confini nella legge né contrappesi nelle istituzioni. È la tortura nelle segrete medievali. È il diritto di stupro collettivo e di bottino che può arrogarsi ogni esercito invasore. È lo schiavista che getta a mare le donne per alleggerire la barca. Sono i bambini deportati. È la guerra casa per casa, dove ogni civile diventa preda nella consapevolezza che non ci saranno tribunali, giudici, sanzioni, e se pure ci saranno risulteranno irrilevanti.

Il danno della disconnessione - Se cambiamo canale davanti alle immagini dell’ecatombe ucraina, se guardiamo ma rifiutiamo di crederci, succede solo in parte perché il nostro stomaco si è fatto delicato: è il nostro cervello ad aver perso connessione con l’idea del disumano. Non solo davamo per scontato l’umano come valore di riferimento planetario, ma ci eravamo da tempo incamminati oltre le sue colonne d’Ercole, verso il transumano e il post-umano: versioni di noi arricchite dalla tecnologia e dalla scienza, che avrebbero realizzato potenzialità inimmaginabili attraverso la crionica, l’ingegneria genetica, l’intelligenza artificiale, la cibernetica. I corpi erano il nostro bellissimo giardino, l’altare del nostro culto quotidiano, allenati dalla palestra e dalle diete, coltivati dalla chirurgia estetica e dai filler, resi fluidi, modificabili, persino rinnegabili, comunque e sempre nella nostra piena ed esclusiva disponibilità: come immaginarli violati da una scheggia di granata, dalla brutalità di un soldato, o anche solo riarsi dalla fame e dalla sete? Come sopportare il pensiero che siano involucri senza valore, sacrificabili all’avanzata di un esercito?

L’exit strategy democratica - Scappiamo dalla tv o la guardiamo pensando “tutte balle” perché questo pensiero è poco sopportabile, e al tempo stesso enormemente impegnativo. Ci dice che la frontiera tra l’umano e il disumano è il solo confine che è obbligatorio difendere, perché se crolla quell’argine cade non solo un sistema sociale, un’economia, un modo d’essere, ma la nostra stessa vita diventa niente: nel migliore dei casi un danno collaterale da registrare nei bollettini. Ci dice anche che il potere assoluto è una bestia, e ogni volta che qualcuno invoca qualcosa di simile - i pieni poteri, poteri senza lacci e lacciuoli, per citare espressioni che sono entrate nella nostra vicenda recente - apre uno spiraglio alla bestia. Tenerla in gabbia, e più lontano possibile dalle nostre case, dai nostri figli, dai nostri corpi, è il compito principale della democrazia e dovrebbe essere lo sforzo quotidiano di ciascuno di noi.