di Luigi Manconi
La Stampa, 31 marzo 2022
Ma siamo sicuri, proprio proprio sicuri, che l’ordine del giorno approvato dalla Camera dei Deputati sul bilancio della difesa costituisca uno strumento utile a prevenire la guerra e affermare la pace?
Quell’atto parlamentare, votato a larghissima maggioranza, a seguito di un impegno assunto già nel 2014 da tutti i paesi aderenti alla Nato, prevede un incremento fino al 2% del Pil per le spese militari. Ed è stato discusso in piena atmosfera bellica, inducendo molti a pensare che l’aumento dei costi corrisponda, di per sé, a una migliore difesa e, in ultima istanza, a una strategia efficace contro eventi come l’invasione russa dell’Ucraina.
Ritengo che non sia affatto così e, se fossi stato parlamentare, avrei votato contro, come ho sempre fatto. E non per vocazione irenista, bensì per una ragione che, proprio a partire dalla tragica lezione ucraina, rafforza la mia profonda convinzione europeista. In altre parole, penso che l’aumento degli investimenti nei sistemi d’arma dei singoli stati europei abbia un effetto immediato. Ovvero quello di demotivare e, comunque, rallentare il processo di creazione di una difesa comune continentale.
Tutto questo proprio mentre viene approvato, dal Consiglio europeo, la cosiddetta bussola strategica. Ossia un organismo comune che aspira a coprire progressivamente tutti gli aspetti della politica di sicurezza e difesa della Ue, lungo quattro assi: dispiegamento rapido di un corpo comprendente fino a 5mila soldati; investimenti per incrementare la capacità militare di quella forza armata; sviluppo della cooperazione con partner come Nazioni Unite e Nato; collaborazione tra i diversi servizi di intelligence. Si tratta di un primo tentativo, ancora malfermo e gracile, compromesso dalla evidente scarsità di mezzi, risorse e uomini ma che va, tuttavia, nella giusta direzione. Quindi, un passo opportuno, purtroppo immediatamente contraddetto, da atti dei parlamenti dei singoli Stati. L’ordine del giorno della Camera dei Deputati prevede, per l’Italia, un incremento stimabile in circa 13 miliardi, mentre il governo tedesco ha annunciato la costituzione di un fondo di 100 miliardi.
Ci si potrà sgolare quanto si vuole nell’affermare che la scelta di incrementare i bilanci nazionali della difesa non è necessariamente alternativa a quella di promuovere la bussola strategica per l’intera Europa, ma nei fatti le cose vanno diversamente. Infatti, come scrive Raul Caruso, in un articolo assai documentato su lavoce.info, “nel 2020 gli stati membri hanno speso solo 4,1 miliardi di euro su progetti collaborativi”.
E “il dato è in diminuzione del 13 per cento rispetto al 2019”. In particolare “dal 2016 la quota di spesa allocata in progetti collaborativi europei è in continuo calo”. Dunque, nonostante tutti gli impegni dichiarati per una crescente integrazione nelle politiche di difesa dei paesi membri, gli investimenti vanno in tutt’altra direzione: la maggior parte delle spese militari rimane gestita su base nazionale, da comandi nazionali e con strategie nazionali e l’industria europea continua a essere connotata da grave inefficienza e costante duplicazione di programmi e relativi costi. Un esempio solo: attualmente sono in corso ben quattro progetti di realizzazione di aerei da combattimento: e ciascuno di essi vede coinvolti, separatamente, tre o quattro paesi europei. L’Italia - come stupirsene? - va oltre e partecipa a due di questi progetti. Di conseguenza, c’è da credere che qualunque passo nella direzione di una crescita del bilancio militare nazionale porterà inevitabilmente a ostacolare la costituzione di una difesa europea.
Perciò sono convinto che oggi si debbano indirizzare tutte le risorse economiche e politiche al fine di promuovere un tale obiettivo. E che solo questo potrà contribuire a rafforzare le strategie di pace e a respingere le tentazioni belliche. Certo, questo richiede, la progressiva formazione di una condivisa sovranità europea e di una condivisa politica estera. E, di conseguenza, di un governo politico dell’Unione capace di trasformarsi in una vera e propria Federazione: in luogo della macilenta e disarticolata confederazione attuale. E può essere l’esplosione di un conflitto armato nel cuore dell’Europa a funzionare da incentivo e acceleratore, proprio perché impone decisioni rapide e scelte ineludibili. D’altra parte, la storia insegna che la formazione di tutti gli organismi politici dotati di un territorio, a partire dagli Stati, avviene grazie all’imporsi di due esigenze: quella di una moneta comune, capace di integrare i mercati e di favorire i movimenti di capitali, merci e persone; e quella di una difesa comune, in grado di garantire la sicurezza e l’incolumità dei cittadini contro le aggressioni provenienti dall’esterno. Tutte le formazioni politiche moderne si sono sviluppate attraverso questi passaggi essenziali. Oggi, l’Unione Europea, messa a nudo dalla guerra, si rivela spaventosamente arretrata: e se non saprà cogliere una simile tragica opportunità, non sarà destinata a rimanere semplicemente quel corpo rattrappito e impotente che è: ma precipiterà verso un ulteriore collasso.










