di Pierluigi Battista
Corriere della Sera, 15 luglio 2019
La tragica sorte di Vincent Lambert ha dimostrato quanto sia insopportabile il fracasso delle tifoserie contrapposte su un tema tanto delicato.
La tragica sorte di Vincent Lambert, il tetraplegico francese cui una sentenza del tribunale, appoggiata dalla moglie ma disperatamente contestata dai genitori, ha negato la somministrazione di acqua e cibo ha dimostrato quanto sia insopportabile il fracasso delle tifoserie contrapposte su un tema tanto delicato, forse il più delicato di tutti, della fine di una vita. Tutto questo affaccendarsi impudico di giudici e avvocati, di governi che si intromettono, di scartoffie, protocolli, annunci mediatici, ricorsi e controricorsi, controversie legali, commi e codicilli, liti televisive, risse politiche, scomuniche e minacce, questa invasione sfrontata nel chiaroscuro della malattia, negli anfratti più nascosti della sofferenza e del dolore, nell'universo fragile della finitezza umana in cui dovrebbero piuttosto comandare le indicazioni della pietas e non le ingiunzioni di un verbale di polizia, tutto questo sta a testimoniare i rischi di una deriva inumana, o disumana, della pretesa che sia l'applicazione rigida di una legge a determinare tempi e modalità della nostra uscita dalla vita: insomma del nostro morire.
Che poi, certo, una legge ci vuole. Ma mai affidarsi all'onnipotenza della legge quando in gioco è un respiro, o il battito di un cuore. Tutti noi conosciamo, nella famiglia o tra gli affetti più cari, l'angoscia di un momento in cui occorre una decisione fatale. Ma sappiamo anche che l'emotività intensa e dolorosa di quel momento non ha mai la nettezza formale di una carta bollata. Conosciamo quella "zona grigia" in cui, anche senza nessuna formalizzazione giuridica, l'incrociarsi di uno sguardo con i medici nella corsia di un ospedale, uno scambio di parole avvolte nel pudore e nella complice ma affettuosa reticenza, una dichiarazione sommessa di impotenza da parte della scienza ci dice che quel momento è arrivato, e che è inutile e spietato andare oltre i limiti dell'umana sofferenza. Ci vuole una legge, certo. E benvenuto sia il cosiddetto "testamento biologico". Ma fare una guerra sul corpo di un moribondo, di un essere umano ridotto nella condizione più estrema di vulnerabilità, vuol dire fare della legge un feticcio, e della giuridicizzazione di tutti i rapporti umani una prospettiva da incubo. E fare attorno alla vita un tifo da stadio non va bene, non è un mondo possibile. Mai.










