di Gabriele Romagnoli
La Repubblica, 1 novembre 2019
È molto difficile spiegare il razzismo a chi non lo conosce, non lo ha dentro, non lo considera naturale. Perché pensa sia qualcosa di estraneo, inculcato. Non è nel sangue, è un veleno che viene iniettato, preparato chimicamente da chi trae una qualche forma di vantaggio diffondendolo. Razzisti non si nasce e molto spesso e volentieri non si diventa.
Sono cresciuto a Bologna che, a dispetto dei luoghi comuni, non era la città aperta e cordiale che veniva raccontata. Di una famiglia del palazzo sentii dire che era "brava gente, benché marocchini". Erano pugliesi. Quando si prendeva un treno per Roma circolava la raccomandazione di assicurarsi non proseguisse oltre, o ci sarebbero stati passeggeri "che si tolgono le scarpe e mangiano formaggi". Anni più tardi andai a lavorare a Torino e qualcuno mi accolse ringhiando: "Perché vieni a rubarci posti da giù?".
Dove "giù" era il luogo che i miei concittadini del giorno prima consideravano "su". Quando tutto è relativo, ne consegue che ogni affermazione non si basa su una verità, ma su una pretesa: riguardante alloggi, posti, lavori. Basta spostarsi dal centro di gravità, non rendendolo permanente, per vedere il ballo dei punti di vista diventare frenetico. Un nordafricano su un autobus lombardo era guardato decine di anni di fa come un'eresia ambulante.
Chissà come si sentiva. Nessuna rappresentazione può restituirci le sue emozioni, bisognerebbe sperimentarle. Più o meno come mi è capitato spesso, da unico occidentale, bianco in mezzi di trasporto o stazioni africane o arabe. Aveva motivo la diffidenza o addirittura il ribrezzo fondamentalista nei miei riguardi? Ero una minaccia per gli altri? A mille chilometri di distanza, in quello stesso istante, le parti e i colori non erano forse rovesciati?
C'è un episodio abbastanza convincente che può essere tramandato. Esiste un'isola dispersa nell'oceano, chiamata Tristan da Cunha, a metà strada tra Brasile e Sudafrica. I suoi abitanti discendono per la maggior parte da un gruppo di naufraghi. Sono stati abituati a vivere senza seguire condizionamenti "culturali" preesistenti, tant'è che hanno organizzato la società prevedendo una turnazione degli incarichi e delle mansioni.
Generazioni si sono succedute in questa remota landa finché, all'inizio degli anni Sessanta, una minaccia atmosferica ne consigliò l'evacuazione. Vennero trasportati a Città del Capo dove vigeva l'apartheid e si narra che ebbero una reazione sbalordita, non capendo come fosse possibile e, soprattutto, non adeguandosi. Il che porta a chiedersi: chi mai, di suo, per natura, potrebbe odiare la senatrice a vita Liliana Segre?
Pensare di dover spiegare l'assurdità e la pericolosità del razzismo a qualcuno, di qualunque età, sembra un torto alla sua intelligenza e sensibilità. D'altronde, chi compie l'operazione contraria fa un torto, ben più grande, all'intera umanità. Purtroppo la sovrappopolazione del pianeta non offre sufficienti isole deserte in cui trapiantare costoro e lasciarli a disegnare confini, erigere muri, frammentarsi negli infiniti e immaginari popoli sovrani di su e di giù.









