di Barbara Leda Kenny
Il Domani, 27 giugno 2025
Di fronte a questi casi è difficile mantenere la lucidità, ma il movimento femminista ci ha dato le parole e un linguaggio politico per parlare della violenza degli uomini contro le donne. A partire dal fatto che nel termine femminicidio è insita una premeditazione che abita tutta la società. Rispondere al dolore solo con la repressione è facile: ma l’approccio che funziona è quello più arduo di investire nella prevenzione. Di fronte a un femminicidio è difficile rimanere lucide. Le morti delle donne ci colpiscono ogni volta al cuore e alla pancia.
Ci immedesimiamo con chi rimane, specialmente quando le ragazze sono giovani, sono incinte, sono le figlie, le sorelle, le amiche. Giulia Tramontano, Ilaria Sula, Martina Carbonaro, le chiamiamo per nome perché le sentiamo vicine. “Se domani non torno, mamma, distruggi tutto”: il nostro dolore e la rabbia possono essere trasformati in azione politica e per farlo nessuna è sola e nessuna è la prima. Abbiamo la forza di saperi, pratiche, piazze. Il movimento femminista ci ha dato le parole e un linguaggio politico per parlare della violenza degli uomini contro le donne.
A partire dal fatto che “femminicidio” non indica semplicemente che è morta una donna, ma che quella donna è morta per mano di un uomo in un contesto sociale che permette e avalla la violenza degli uomini contro le donne. Che quando parliamo di femminicidio, parliamo del culmine di una violenza che non esplode all’improvviso, ma che l’aggressore ha già rivolto contro quella o altre donne in molte altre forme. Usando la parola femminicidio diciamo che c’è premeditazione, una premeditazione che abita tutta la società. La violenza che uccide, infatti, spesso si è nutrita di silenzio, di connivenza, è stata sminuita, normalizzata, sottostimata.
Ex ante, ex post - Le parole sono importanti, ma è altrettanto importante il significato che assumono nei contesti. Il Consiglio dei ministri ha approvato lo schema di disegno di legge per far diventare il femminicidio un reato autonomo punito con l’ergastolo. In risposta 77 giuriste hanno fatto circolare una lettera in cui dichiarano che “osservando la realtà, si può constatare come qualsiasi intervento repressivo svincolato da azioni di perequazione sociale ed economica e da strategie di prevenzione, di tipo innanzitutto culturale, risulti del tutto inefficace”. Si oppongono a una risposta politica che, di fronte alla violenza contro le donne, propone un impianto unicamente repressivo. E, in effetti, spesso la risposta politica della destra si riassume nell’inasprimento delle pene. Quindi in un approccio alle politiche pubbliche che potremmo definire ex post: se fai qualcosa c’è una conseguenza, a volte premio, come le detrazioni fiscali per le madri di tre figli, a volte punizione, come nell’innalzamento delle pene per gli uomini violenti.
Mentre tutto quello che sappiamo è che le politiche funzionano quando lavorano nella dimensione ex ante, ossia orientando le azioni. Questo significa, per esempio, se parliamo di violenza, investire in formazione a tutti gli operatori che si interfacciano con una donna che subisce violenza (operatori sanitari, giudiziari, forze dell’ordine, insegnanti dei figli e delle figlie, assistenti sociali, datori di lavoro, giornalisti e giornaliste), prevenzione nelle scuole e nei luoghi di lavoro, rafforzamento dei centri antiviolenza (gestiti da associazioni e cooperative di donne). Ossia riconoscere l’importanza di tutto quello che si può fare per prevenire e contrastare la violenza e per rafforzare chi è impegnata o impegnato ogni giorno in prima linea.
Non abbiamo nessuna evidenza che l’approccio ex post rappresentato dall’aumento delle pene sia un deterrente per gli uomini violenti. Di contro invece è molto facile capire qual è la logica per cui questa è la risposta che orienta le politiche dei governi di destra. In primo luogo, perché soddisfa velocemente la rabbia dell’opinione pubblica: firmato il decreto, fatta la politica.
Poi perché non richiede investimenti, è una politica (apparentemente) a costo zero. (Qui si apre uno spaccato su cosa è considerato costo da chi gestisce le risorse pubbliche e cosa è considerato investimento, in cui, molto spesso, tutto quello che attiene al benessere delle persone è considerato costo e tutto quello che attiene al mercato è considerato investimento).
La risposta che cerchiamo - Le misure di contrasto e prevenzione, infatti, richiedono tempo, investimenti e risorse pubbliche, innalzare le pene no. Le misure di contrasto e prevenzione implicano il riconoscimento dei saperi e le pratiche elaborate dalle donne, innalzare le pene no. Le misure di contrasto e prevenzione parlano di una società che si impegna in una trasformazione delle relazioni di potere tra uomini e donne, innalzare le pene è la risposta di uno stato paternalista che minaccia punizioni severe ma lascia inalterato lo status quo.
La pena per un uomo violento rappresenta la postura della società e quindi il giudizio sull’azione che ha commesso, e questo giudizio è importante per costruire un senso condiviso, ma è anche un fallimento, il fallimento della prevenzione e del contrasto. Per questo stridono le dichiarazioni di ministri esultanti per un ergastolo, è come gioire per una partita persa. Allo stesso modo di fronte a sentenze che non riconoscono o non usano parole che soddisfano la nostra rabbia ci sono più risposte possibili, una è chiedere più risorse pubbliche per la prevenzione, per i centri antiviolenza, per avere più pool antiviolenza nelle procure. Ci si può chiedere cosa succede a questi uomini quando sono in carcere, come ne usciranno. La sfida è costruire un orizzonte più ampio per quella rabbia affinché possa servire alle altre “se domani tocca a me voglio essere l’ultima”.











