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di Girolamo Monaco*

huffingtonpost.it, 1 maggio 2024

Spett.le HuffPost, mi chiamo Girolamo Monaco e sono il direttore dell’Istituto Penale per i Minorenni di Treviso. Ho letto i Vostri articoli a seguito delle violenze commesse dentro l’IPM di Milano. Come persona e operatore sociale, dopo alcuni giorni di riflessione, come direttore di un Istituto Penale per Minorenni, sento il dovere etico di partecipare e (nel mio piccolo) contribuire al dibattito che quei tristi fatti impongono a tutto il sistema della Giustizia, soprattutto quella che è istituita in favore dei minorenni. Di fronte alle violenze del “Beccaria” io non ho parole. Non ho parole, ma non posso neppure restare in silenzio. Sono coinvolto e responsabile: non posso far finta che la struttura milanese sia assolutamente diversa da quella nella quale io lavoro. Davvero poco importa se i fatti sono accaduti a Milano, piuttosto che a Palermo, o Roma, o Treviso.

Le violenze sono dentro le strutture. Tutte le strutture. Questa verità è da considerare. Sempre. La violenza accade. E non posso non dire che la violenza accade sempre (ripeto: sempre) quando le persone non vengono guardate. “Guardare”: parola ricchissima, che significa osservare, conoscere e proteggere; significa: vedere, valutare e conservare (conservare, non distruggere); guardare significa vigilare, stare attenti, vegliare; guardare significa aver cura.

Quando non si guardano i soldati, gli eserciti commettono i più grandi soprusi. Quando non si guardano gli individui nella loro umanità, si lascia spazio alle azioni più bestiali. Quando gli utenti non sono guardati come destinatari di un servizio, l’unico bisogno che resta è quello di ridurli al silenzio. Io non posso restare in silenzio, e devo guardare e vegliare sulle persone che mi vengono affidate: gli operatori di polizia penitenziaria e del trattamento, che vanno riconosciuti come persone e chiedono indicazioni chiare e sicure; e gli utenti-detenuti di un carcere minorile, che chiedono anch’essi di essere riconosciuti come persone, e necessitano, allo stesso modo, di indicazioni chiare e sicure. Il mio impegno dentro il carcere minorile è guardare (con tutti quei significati che ho capito) gli adulti che sono latori di professionalità, culture e fatiche; e guardare i minori che portano storie devastate, e parlano i linguaggi delle parole, dei corpi e dei segni.

Le responsabilità non sono soltanto individuali. Per questo io, operatore dentro una struttura detentiva, sento il bisogno morale di dare la mia risposta. I colpevoli delle violenze verranno individuati e le responsabilità, dirette e indirette, verranno chiarite; ma la Giustizia farà un passo avanti se sapremo tutti rispondere ai perché certi fatti diventano possibili.

Io non posso nascondere che la violenza fisica, psicologica, relazionale e gestionale degli individui dentro le strutture (la violenza di chi sta dalla parte del giusto e la violenza di chi sta dalla parte del torto) è normalizzata dai vuoti di presenza, di compagnia, sostegno, indirizzo, supporto e guida (tutto quello che è il vero senso del potere: la violenza è quindi, secondo la mia trentennale esperienza dentro le carceri minorili, un “vuoto del potere” quando “non guarda” i suoi uomini, quando “non guarda” i suoi utenti).

Conosco bene la natura perversa della violenza delle strutture per restare io in silenzio. Conosco il valore e il travaglio di tutti i colleghi che, come me, di fronte alle quotidiane difficoltà, emergenze e contraddizioni, si impegnano per umanizzare i luoghi della detenzione, che sono specchio della nostra epoca, dell’attuale società, delle nostre paure e debolezze. Io avanzo quindi per me stesso, per i miei collaboratori, per i miei colleghi, ed anche ai miei superiori, la coraggiosa ed umile riflessione che pone l’atto del “guardare” come fondamento di ogni responsabilità relativa alla sicurezza sociale, al controllo comportamentale, alla rieducazione e reinserimento dei condannati.

*Direttore dell’Istituto Penale per Minorenni di Treviso