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di Enzo Risso

Il Domani, 12 aprile 2026

Complessivamente il 76 per cento del Paese è orientato a una visione costruttiva della pace e va oltre il silenzio delle armi (24 per cento). Per l’89 per cento del paese l’uso della forza da parte delle superpotenze è il vero problema, non la soluzione. I conflitti in corso, dall’Ucraina alla Palestina, dall’Iran al Libano, alimentano un senso di indignazione per le vittime civili, per delle guerre che vedono potenti eserciti scatenati contro la popolazione inerme. Non c’è più neanche la foglia di fico delle vittime collaterali. In tutti i conflitti si bombardano impunemente case, palazzi, ospedali, scuole ecc.

Le vittime, i bombardamenti distruttivi alimentano, nel 44 per cento del paese, una profonda contrarietà al conflitto e, nel 33 per cento, alimentano i dubbi sulla legittimità degli attacchi. Non solo. Il 74 per cento del paese, a causa delle guerre in corso, prova un senso di paura o ansia per il futuro, che influisce sulla vita quotidiana e sulle scelte.

Secondo i dati dell’osservatorio Fragilitalia del centro studi Legacoop e Ipsos, le principali paure che albergano nella società italiana sono il rischio di una Terza guerra mondiale (45); le conseguenze economiche di medio e lungo periodo (33); il timore che qualcuno usi le armi nucleari (11) e l’accrescersi dell’instabilità sociale alle porte dell’Europa (8). La pace come libertà dalla paura, non si può circoscrivere a interesse nazionale Visione diversa I conflitti in Medio Oriente, in più, alimentano le preoccupazioni per una recrudescenza di terrorismo e attentati (83). Dopo decenni di pace apparente il ritorno della guerra (e in modo così sfacciato, violento e arrogante) muta la stessa visione della pace. Da elemento che si qualifica per negazione (l’assenza di guerra, violenza o conflitto armato), diviene sempre più un atto positivo e costruttivo, uno stato di armonia, giustizia sociale, prosperità e benessere integrale. Una dimensione che include il rispetto dei diritti umani, l’equità nella distribuzione delle risorse, la concordia relazionale e l’integrazione tra popoli.

Per il 34 per cento degli italiani la pace è convivenza pacifica tra le comunità; per il 18 per cento è verità e giustizia contro i crimini commessi ai danni delle popolazioni civili; per il 15 per cento è lo stop assoluto alle vittime civili e per il 9 per cento vuol dire anche ricostruzione dei territori distrutti. Complessivamente il 76 per cento del paese è orientato a una visione costruttiva della pace e va oltre il silenzio delle armi (24). Il percorso per arrivare alla pace è vissuto come un processo complesso, dolente, ma indispensabile, che si articola sia nella definizione di un compromesso in cui entrambi cedono qualcosa (31); sia nel sostenere un cambiamento della cultura, aiutando le nuove generazioni a superare l’odio (30 per cento).

In pochissimi credono nella possibilità che una delle due parti vinca militarmente (5) e altrettanto pochi sono quelli che confidano nella capacità delle grandi potenze di gestire un accordo con la forza o con le sanzioni (12). Bassa è, infine, la fiducia nelle capacità dell’Onu (22). L’omelia di Pasqua di papa Leone XIV: “Anche in mezzo all’oscurità può nascere qualcosa di buono”. Poi l’appello per la pace Guerra inutile Al fondo la maggioranza dell’opinione pubblica non crede che la guerra sia, a volte, necessaria per ottenere la pace (65) e per l’89 per cento del paese l’uso della forza da parte delle superpotenze è il vero problema, non la soluzione.

La pace, per gli italiani, cessa di essere un mero stato di tregua bensì è diventata un ecosistema di relazioni giuste. Non è più definita per negazione (l’assenza di conflitti), ma per qualità positive: armonia, equità distributiva, integrazione tra popoli e riparazione delle vittime. Questa visione della pace si configura come un processo costruttivo. Esige verità storica e giustizia riparativa, perché senza memoria dei crimini non esiste convivenza duratura.

È una pace che si incarna nei corpi e negli spazi: stop alle vittime civili, ricostruzione di territori, ospedali e scuole. Rifiuta l’illusione della guerra necessaria e la forza delle superpotenze, ambendo a un neo-multilateralismo diplomatico. In questa visione, la pace non è un orizzonte lontano, ma una pratica quotidiana di limite e cura: il silenzio delle armi è solo l’inizio, il vero lavoro è disinnescare l’odio. La pace è un atto di responsabilità collettiva che non si subisce ma si costruisce come unica strategia di crescita civile, umana, democratica e… anche economica.