di Livia Zancaner
Il Sole 24 Ore, 29 giugno 2026
“Per me è stato impossibile restare fuori. In ogni storia ho riconosciuto un frammento di me”. Così la giornalista Gabriella Simoni introduce “Non solo maranzine”, un libro che raccoglie undici storie di ragazze italiane e straniere cresciute tra violenza, abusi, droga, carceri minorili, comunità educative e famiglie fragili. Inviata di guerra da oltre 30 anni, Simoni, quando non è all’estero nelle zone di conflitto, racconta le periferie italiane spesso ignorate dal dibatto pubblico. Lo ha fatto nel podcast “Quei cattivi ragazzi” di Chora Media, dedicato ai ragazzi della comunità Kayros di don Claudio Burgio (che ha scritto la presentazione di “Non solo maranzine”) e lo fa ora, scegliendo di dare voce a quelle ragazze etichettate come “maranzine”.
Termine che indica le ragazze dei “maranza” e che spesso è solo una moda: le baby gang femminili non esistono, dietro ci sono influenze maschili, spiegano alcune delle protagoniste del libro. Giovani donne che raccontano storie di strada, di case protette e comunità educative, di fughe, droga, furti. Bambine diventate aggressive troppo presto, con padri assenti o violenti e madri devastate dalla fatica, ma disposte a tutto pur di salvare le proprie figlie. Ed è proprio il rapporto tra madre e figlia uno dei fili conduttori del libro. “Se mia mamma mi ha perdonata vuol dire che posso cambiare”, dice una ragazza. Un’altra ricorda la madre che, mentre la vede sprofondare nella dipendenza, continua a ripeterle: “comunque vada, ti accetterò sempre”.
Gaia, da quando aveva tredici anni, entra ed esce da comunità e carcere. Rapine, fughe, arresti e messe alla prova si intrecciano a una storia segnata dalla violenza, ma dietro l’immagine della ragazza temuta emerge una giovane che continua a cercare rispetto, protezione e appartenenza. Tra le pagine più dure ci sono quelle dedicate a due ragazzine, una sudamericana e una cinese, che fin da bambine si tengono per mano perché in casa vivono lo stesso inferno. Le loro vite sono segnate da autolesionismo, tentativi di suicidio, sguardi spenti, incapacità di ricordare un compleanno felice. “Speravo che mio padre mi amasse”, ripete una di loro.
Poi c’è Noemi, cresciuta nella povertà assoluta, con un padre che picchiava la madre. Una ragazza che ha replicato nelle relazioni affettive la violenza imparata in casa, fino a trovare, dopo anni di cadute, una possibilità di riscatto. Tra le protagoniste c’è chi è scappata di casa a undici anni vivendo sui treni, chi ha iniziato a rubare perché non aveva nulla e chi, pur provenendo da una famiglia benestante, lo faceva per dimostrare ai genitori di potercela fare da sola. C’è Sara, intrappolata tra gelosia, controllo, social network e bisogno di apparire. Così, mentre riempiva Instagram di immagini perfette per sembrare felice, sprofondava nell’alcol, nella solitudine e nelle relazioni tossiche.
“Quando vivi tanto nel male, vivere nel bene diventa quasi impossibile”, dice una delle ragazze. Nel libro ci sono donne diventate madri troppo presto e figlie che combattono le stesse battaglie. Ragazze cresciute con un lutto impossibile da elaborare, figlie uniche di famiglie apparentemente perfette, che nascondono vuoti profondi. Storie diverse, unite dalla stessa domanda: cosa sarebbe successo se qualcuno fosse intervenuto prima? È il tema delle sliding doors che attraversa il libro: una comunità, un’educatrice, una poliziotta, un’amica. Incontri che possono cambiare una vita che sembra già segnata.
Le ragazze raccontate da Simoni sono quelle che hanno toccato davvero il fondo, che hanno esasperato i normali confini del “disagio giovanile”. Sono le figlie di chi si è perso e non sempre si è ritrovato. Ma sono anche ragazze che riescono ad andare avanti, a diventare autonome, se c’è qualcuno disposto a dare loro una possibilità. “Non solo maranzine” costringe gli adulti a interrogarsi sulle proprie responsabilità, perché dietro ogni reato, ogni fuga, ogni gesto autodistruttivo c’è una storia complessa che parte da lontano. E che va ascoltata.










