di Lucia Tozzi
Il Manifesto, 18 settembre 2025
Sarebbe un grave errore da parte di chi non intende rinunciare a trasformare la società e invertire i rapporti di forza accodarsi all’esaltazione per i risultati giudiziari. La lettura delle motivazioni con cui il tribunale del riesame ha respinto l’arresto di Manfredi Catella e Alessandro Scandurra ha prodotto uno stato di esaltazione collettiva. Nelle amministrazioni regionale e cittadina, ma anche nei cda delle società immobiliari e dei fondi di gestione del risparmio, nelle redazioni dei giornali che questi controllano, tra gli avvocati d’affari, i costruttori, i soci di quelle fondazioni che hanno generosamente contribuito a dare una spolverata di sociale ai progetti urbani del lusso e della rapina dello spazio pubblico, dei servizi e del verde che ancora qua e là fa capolino nelle nostre strade. In questi circuiti il giudizio negativo dei giudici del riesame sull’impianto probatorio riguardo alle accuse di corruzione nei confronti di alcuni degli imputati è diventato la fine delle inchieste sull’urbanistica a Milano e del caso Milano in generale. Evidentemente non vedevano l’ora di archiviare tutto, di liquidare anni di battaglie, di critica, di crescente consapevolezza da parte degli abitanti del proprio disagio sociale e abitativo e delle sue cause profonde. Chiuderlo con uno sberleffo all’avventurismo della magistratura.
Dunque avrebbero vinto, ancora una volta, i ricchi, ormai assurti a unico sale della terra, unici soggetti desiderabili e desiderati da attrarre come turisti e come residenti, unici titolati a decidere come cambiare il territorio, la società, l’informazione, le leggi, le istituzioni e i governi, unici a poter raccogliere i frutti materiali e simbolici di queste trasformazioni e a trasmetterli ai loro eredi. Come i signorotti medievali o i capitalisti dell’Ottocento, potrebbero sottrarre aria e spazio vitale, casa e risorse alla plebaglia senza essere giudicati da nessuno. Non solo dai giudici, ma neanche dall’opinione pubblica.
Sarebbe un grave errore da parte di chi non intende rinunciare a trasformare la società e invertire i rapporti di forza accodarsi a questo coro funesto. Magari in nome del fatto che questioni del genere non sarebbero affare della magistratura ma devono essere trattate solo politicamente. Di certo la natura delle questioni è politica, ma il silenzio della politica e dei giornali è stato assordante. Se gli attivisti si sono rivolti alla magistratura è proprio a causa del muro opposto per anni dalla classe politica italiana, diversissima in questo dalle sinistre europee e persino americane. Ma la vicenda giudiziaria non esaurisce la battaglia politica e così tornare a chiudere gli occhi dopo che il clamore dell’inchiesta aveva costretto anche i più pigri ad aprirli sarebbe grave. Una forma anche questa a ben vedere di supplenza giudiziaria, nella modalità della rinuncia.
Perché resta arduo considerare legittime o legali le vicende emerse in questi anni, le leggi distorte da decreti, da oscure riscritture e oscure interpretazioni, le procedure opache e antidemocratiche. Può mai essere legale svendere un bene pubblico come lo stadio Meazza e 200mila metri quadri attorno, senza neanche dichiarare come saranno trasformati e con un vincolo pendente, contro la volontà dei cittadini? O legittimo promuovere un Piano casa fondato sulla cessione di terreni pubblici a privati (tra cui Coima) per costruire ancora housing sociale invece di investire nella ristrutturazione delle case popolari? O ancora può essere legale costruire palazzoni nei cortili, trasformare magazzini in palazzi con una “scia”? È lecito che gli attori dello sviluppo immobiliare scrivano i documenti e a volte anche le leggi che riguardano i loro affari? Che esercitino una pressione così forte nei confronti di chi rappresenta l’interesse pubblico?
Migliaia di attivisti e abitanti di molte città italiane stanno lottando contro questo modello di governo urbano. E centinaia di studiosi delle disuguaglianze, urbanisti, giuristi, economisti, sociologi, antropologi, filosofi, hanno preso posizione contro le norme ambigue e le proposte di legge che vorrebbero legittimare definitivamente tutto questo. Invocano uno stop alle operazioni più inique a Milano e una revisione più restrittiva del quadro legislativo. A difesa dell’interesse pubblico, il caso Milano non può essere chiuso. Non ancora.











