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di Lidia Baratta

linkiesta.it, 21 ottobre 2025

Entro la fine di ottobre, le imprese o le cooperative italiane che l’anno prossimo vogliono assumere lavoratori detenuti devono presentare la richiesta d’accesso ai benefici fiscali previsti, indicando il numero di assunzioni e la somma (del credito d’imposta) di cui intendono usufruire. Ma prima di farlo, devono stipulare una convenzione con gli istituti penitenziari di riferimento. I quali, poi, una volta ricevuta la domanda delle aziende, la trasmettono ai provveditorati regionali. Che, a loro volta, la inoltrano al Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) entro il 15 novembre. Poi, il Dap entro il 15 dicembre decide l’importo che spetta a ogni impresa richiedente e trasmette l’elenco all’Agenzia delle entrate con l’ammontare degli sgravi concessi. La lista viene infine pubblicata sul sito del ministero della Giustizia.

La trafila appena descritta è prevista dalla cosiddetta “legge Smuraglia”, che quest’anno compie venticinque anni, senza aver prodotto però nel tempo una reale diffusione del lavoro tra i detenuti italiani. Anche, ma non solo, per il caos burocratico che oggi c’è ancora dietro l’assunzione di un detenuto. E questo nonostante per i datori di lavoro sia previsto un risparmio che va dai 520 ai 300 euro al mese, a cui si aggiungono pure gli sgravi contributivi del 95 per cento. Gli stessi sgravi tra l’altro restano anche nei diciotto mesi successivi alla fine dello stato detentivo. E si applicano pure alle imprese che svolgono attività di formazione, a condizione che segua l’immediata assunzione per un tempo minimo che sia triplo a quello del periodo di formazione.

L’importo delle agevolazioni fiscali approvate per il 2025 è stato di circa 12 milioni 430mila euro per circa 900 soggetti. Ma gli incentivi, a quanto pare, non bastano. E in effetti i numeri, nonostante in crescita, indicano che la macchina non funziona.

Secondo il report “Recidiva Zero” del Cnel, dal 2004 al 2024 il numero totale dei detenuti lavoranti è passato da 14.686 a 21.235. Ma solo 3.172 detenuti oggi hanno un lavoro esterno al carcera con un’impresa o una cooperativa. Gli altri 18.063 continuano a lavorare alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, facendo gli “spesini”, gli “scopini” o servendo nelle mense. Lavori per la quotidianità della vita in carcere. Che comunque è già qualcosa rispetto agli “anni di branda”, ma è ben diverso da un lavoro al di fuori del carcere.

Come spiega Don David Maria Riboldi, cappellano del carcere di Busto Arsizio e fondatore della Cooperativa Sociale “La Valle di Ezechiele”, “il valore di una persona detenuta al lavoro non dipende meramente dalla retribuzione, dall’occupazione del tempo, dalla stanchezza”, ma “nasce anzitutto dall’igiene relazionale che deriva dall’essere immessi in contesti sociali non criminosi”. E non è un caso che la recidiva per i detenuti non lavoratori in Italia si aggira intorno al 70 per cento, mentre per coloro che in carcere hanno appreso un lavoro, la recidiva scende drasticamente intorno al 2 per cento.

Ma quindi perché la legge Smuraglia non funziona? Oltre al limite culturale, per cui difficilmente i datori di lavoro italiani si rivolgono al carcere per cercare personale, ci sono anche i limiti burocratici che scoraggiano. Basta guardare come funziona il calendario di un’impresa che decide di assumere lavoratori detenuti. Le aziende che richiedono la Smuraglia devono “prenotarsi” un anno prima. Ovvero comunicarlo entro il 31 ottobre, come dicevamo, con una previsione di utilizzo del fondo per l’anno dopo, pianificando quindi per l’anno successivo quanti detenuti assumeranno o continueranno ad avere alle dipendenze. Poi entro il 31 gennaio è richiesto il monitoraggio sull’anno precedente ed entro il 31 luglio un’autocertificazione sull’uso dei fondi richiesti.

Il problema è che non sempre le carceri, già in preda agli svariati problemi che conosciamo, riescono a comunicare con le imprese o le cooperative o a rispettare i tempi o i requisiti previsti dalla legge per produrre carte e certificazioni. Alcune direzioni carcerarie, in certi casi, addirittura non conoscono la legge stessa. Quindi è successo che sono stati autorizzati crediti di imposta non applicabili per alcune categorie di persone, come i detenuti ai domiciliari a cui l’incentivo non spetta. Molte imprese, poi, non sanno che devono produrre le autocertificazioni richieste e al Dap non arrivano i dati. E quindi si crea il caos.

È quello che è successo la scorsa estate, quando il Dap ha inviato centinaia di Pec alle imprese diffidandole dall’utilizzo del credito d’imposta ricevuto e chiedendo la restituzione di alcune somme, anche se già approvate dal Dap stesso. I provveditorati e le direzioni delle carceri non avevano inviato in tempo al Dap i monitoraggi richiesti, e il Dap ha ritenuto le imprese inadempienti. Salvo poi fare marcia indietro.

Davanti a questo caos, ovviamente, imprese e cooperative fuggono. Anche perché i problemi pratici non mancano. Il passaggio dal carcere alla vita lavorativa non è semplice e non tutti ce la fanno. Se il detenuto poi viola le regole di spostamento, tutto si ferma, magari anche per un periodo lungo e l’azienda si trova con un lavoratore in meno. Non è un caso che si tratta ancora molto spesso di progetti con piccoli numeri, che vedono coinvolte per lo più cooperative e associazioni del terzo settore.

Il Cnel ha avviato lo scorso maggio una ricerca per analizzare le attività economiche portate avanti dai soggetti fruitori degli sgravi fiscali previsti dalla legge Smuraglia. Le criticità emerse sono tre, come spiega Filippo Giordano, ordinario di Economia aziendale all’Università Lumsa di Roma, membro del Segretariato Cnel. In primis la continuità: meno del 25 per cento degli enti ha usufruito dello sgravio fiscale su tutti e tre gli anni. Dei 210 nuovi fruitori del 2024, solo 88 enti hanno ricevuto finanziamenti anche per il 2025. Molte quindi si fermano prima (ma questo numero può avere a che fare anche con la precarietà delle attività economiche che accedono a questi incentivi).

Inoltre, gli importi erogati di Smuraglia presentano una grande variabilità, sia in positivo che in negativo, nel corso degli anni. Quindi non sono così affidabili. E poi parliamo di importi molto piccoli. Solo il 14 per cento degli enti, nel 2024, ha percepito più di 24mila euro, per l’assunzione di quattro detenuti full time per 12 mesi. Mentre solo il 7 per cento ha percepito un importo maggiore di 50mila euro, per assumere otto detenuti full time per 12 mesi.

Ma se alle aziende si chiede qual è il principale problema, quello più grave risulta essere la “qualità della collaborazione con l’amministrazione penitenziaria”. Le imprese non comunicano con le carceri e spesso sono in balìa di eventi e carte bollate e di una legge che nessuno sembra conoscere bene. Neanche nelle istituzioni.

Per fare un esempio, il Dap, per la seconda edizione della giornata di lavoro “Recidiva Zero” dello scorso giugno, ha realizzato un opuscolo informativo sul funzionamento delle agevolazioni previste dalla legge Smuraglia. Bene. Nell’opuscolo vengono illustrate le modalità e i requisiti per richiedere l’incentivo. Ma anche nell’opuscolo ci sono delle imprecisioni: a pagina 22, si parla di uno sgravio contributivo, per le imprese, del 100 per cento. Ma in realtà è del 95 per cento.