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di Patrizio Gonnella*

Il Manifesto, 28 febbraio 2026

D’ora in poi non saranno punibili quei poliziotti penitenziari che si fingeranno detenuti assistenti volontari, infermieri, educatori, sacerdoti, per andare alla scoperta di delitti. Un ulteriore avvelenamento del clima, modello Usa o Russia, è in arrivo nelle carceri. Nel nuovo decreto legge sicurezza, all’articolo 15, il governo prevede e rende legittime operazioni sotto copertura per la sicurezza degli istituti penitenziari. D’ora in poi non saranno punibili quei poliziotti penitenziari che si fingeranno detenuti, o anche assistenti volontari, infermieri, educatori, sacerdoti, per andare alla scoperta di delitti più o meno gravi, traffici illeciti, affari di vario tipo.

Da ora in poi il detenuto che si vede arrivare un nuovo giunto nella sua cella non saprà chi è veramente quest’ultimo. Nessuno si fiderà più di nessuno e il carcere, per adulti e per minori, avrà definitivamente smesso di essere una comunità. Si trasformerà ancor più in un luogo buio e opaco governato dalla sfiducia, dalla paura, dalla delazione. Altro che funzione rieducativa della pena.

A partire da subito è prevedibile che si formerà un nucleo di agenti di polizia penitenziaria specializzato a operare non alla luce del sole, bensì infiltrandosi nelle galere, spiando da dentro, filmando di nascosto chi protesta, chi spaccia (chiunque si spera, senza eccezione alcuna), chi si ribella, chi corrompe, e forse, chissà, o almeno si spera, anche chi tortura. Nella norma approvata dal governo non c’è traccia di una supervisione di questi nuclei di polizia da parte del direttore del carcere, così ridotto a poco più di un burocrate e definitivamente ridimensionato nelle sue prerogative di sicurezza.

Il direttore di istituto penitenziario, volutamente e giustamente non incardinato nella polizia penitenziaria dalla legge del 1990 che smilitarizzò il corpo degli agenti di custodia, era stato pensato come il responsabile di tutto ciò che sarebbe dovuto accadere in prigione. Lui doveva sapere tutto, a lui spettava l’autorizzazione finale dell’uso della forza. Era lui che poteva al limite indossare le false vesti di un detenuto, come Robert Redford in Brubaker, per scoprire gli abusi e le violenze commesse dal personale.

Questo modello è stato oggi cestinato dalla prepotenza sindacale che ha modificato l’impianto normativo fino a ridimensionare il potere democratico di quegli avamposti di legalità che avrebbero dovuto essere i direttori e tutti gli operatori dell’area sociale ed educativa. L’ideologia della divisa ha vinto ancora una volta.

Contro questa ideologia corporativa, pericolosa, perdente e deprimente, i direttori, e non solo loro, dovrebbero far sentire la loro voce di protesta. Contro questa norma tutti i magistrati che lavorano nell’amministrazione della giustizia per adulti e per minori dovrebbero opporsi, nel nome di una legalità penitenziaria che dovrebbe essere anche trasparenza, fiducia, lealtà istituzionale. Parole che saranno definitivamente espunte dalla vita quotidiana quando nessun detenuto o operatore si fiderà più di chi è al suo fianco. Di converso aumenteranno le tensioni, le violenze, alimentate dalla diffidenza.

Le infiltrazioni da parte dei servizi sono probabilmente sempre avvenute anche nei decenni scorsi, negli anni della lotta al terrorismo, interno e internazionale, o alle mafie. Ma mai si è avuto il coraggio di legalizzarle allo scopo di andare alla ricerca di qualsiasi delitto, compresi lo spaccio di droga o di telefonini. Il sistema penitenziario si sta sempre più trasformando in uno spazio torbido, insicuro.

Ci piacerebbe leggere una nota di biasimo contro questa norma, e contro tutto il pacchetto sicurezza, da parte dell’Autorità garante nazionale delle persone detenute. Fino ad ora, però, non abbiamo potuto leggere neanche il rapporto periodico annuale, obbligatorio per legge e mai presentato alle camere negli ultimi due anni. Nell’autorità di garanzia si sono da tempo infiltrati i germi della normalizzazione.

*Associazione Antigone