di Elton Kalica
Ristretti Orizzonti, 27 agosto 2025
La tragica morte di Cecilia De Astis, investita da tre bambini rom alla periferia di Milano, ha immediatamente acceso i riflettori mediatici e il dibattito politico. Le prime reazioni non sono arrivate da chi, con responsabilità istituzionali, avrebbe dovuto interrogarsi sulle cause profonde di una simile vicenda, ma da chi da anni cavalca il tema della “sicurezza” come cavallo di battaglia propagandistico. Il leader della Lega ha prontamente colto l’occasione per rilanciare la sua proposta di “ruspe” contro i campi rom, trasformando la morte di una persona in uno strumento di legittimazione di odio verso un popolo.
Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha avuto il coraggio di ricordare che “sulla morte di una persona è vergognoso speculare”. Eppure, la macchina securitaria si è rimessa in moto: giornali e talk show hanno dato ampio spazio alla richiesta di un “giro di vite” sulla questione rom, alimentando lo schema consueto per cui ogni fatto di cronaca viene subito tradotto in un’occasione per proporre più repressione, meno diritti, nuove esclusioni.
Ma se vogliamo guardare a questa vicenda con serietà e responsabilità, occorre spostare lo sguardo dalla narrazione tossica della paura che trasforma anche i bambini in mostri, e provare a ragionare sui nodi strutturali che emergono dalla condotta di tre bambini di poco più di undici anni che escono dal loro campo rom nel caldo soffocante di metà agosto, rubano un’auto per andare in giro in una Milano quasi deserta, e finiscono per perdere il controllo dell’auto nel modo più drammatico uccidendo una persona.
Quando i rom erano miei vicini di casa
Il carcere si rivela sempre un ottimo campo per osservare le traiettorie di vita delle persone che ci finiscono, offrendo elementi di riflessione sulle loro condizioni familiari, economiche e sociali. Sono venticinque anni che frequento il carcere di Padova e in tutto questo tempo ho conosciuto molte persone di etnia rom. Lo spazio del carcere mi ha permesso di interagire con loro su diversi piani relazionali, prima come detenuto, come volontario di Ristretti Orizzonti e infine come ricercatore dell’Università di Padova.
Io avevo conosciuto i rom in un tempo e contesto diverso rispetto a quello odierno e devo confessare che anch’io sin dall’infanzia sono stato abituato ad alcuni considerazioni negative su campi rom. Nato e cresciuto nell’Albania del periodo del “socialismo reale”, ho assistito ai programmi di integrazione dei rom promossi dallo Stato, che aveva come obiettivo la trasformazione di tutta la popolazione, compresi i rom, in proletari coscienziosi, ovvero in persone competenti nel lavoro e rigorose nella condotta comunista. Veniva quindi preteso da tutti il rispetto dell’uguaglianza e l’eliminazione di ogni forma di discriminazione etnica o razziale.
Questa politica aveva prodotto l’inserimento delle famiglie rom sia nei contesti abitativi sia nel sistema scolastico e lavorativo di allora. Sono cresciuto in un quartiere in cui ogni condominio ospitava almeno una famiglia rom e i loro figli frequentavano la mia stessa scuola. A volte c’erano problemi d’integrazione: ogni tanto qualche famiglia abbandonava l’appartamento assegnatole per tornare nella vecchia baraccopoli, oppure succedeva che qualche bambino non studiava e veniva più volte bocciato. Successivamente, nelle assemblee scolastiche e di quartiere spesso si affrontava il tema dei rom in modo problematico, che poi diventava anche tema di discussione in famiglia e tra compagni. Infine, era facile sentire conclusioni semplificatorie sulla “loro” incapacità di accettare il “nostro” stile di vita. Quindi ricordo che a scuola i bambini rom si sedevano spesso all’ultimo banco segnando una sorta di distanza, nonostante l’insistenza delle maestre. Anche in quartiere, sebbene le dichiarazioni di solidarietà riempissero le assemblee, poi nel quotidiano si sentivano spesso commenti di biasimo rispetto al “loro” stile di vita.
La zingara che amavo da bambino
Tuttavia a scuola il tema dell’inclusione dei rom occupava non solo le assemblee, ma anche lo stesso programma scolastico. Ricordo di aver scritto più volte tesine sulla figura dello zingaro in letteratura e il suo significato politico. Ad esempio “Gli zingari” di Pushkin era un romanzo considerato importante per l’educazione proletaria, poiché poneva in contrasto la società corrotta della Russia dell’ottocento e la comunità rom, libera, amante della natura, che rifiutava i vincoli sociali imposti dall’ordine aristocratico. Quel romanzo mitizzava gli zingari e i valori della loro comunità che proprio per una cultura ancestrale e pre-politica, rifiutavano la logica della vendetta e della violenza. Allo stesso tempo demoliva il cittadino russo, rappresentato da Alekò, che nonostante la sua volontà di scappare da una cultura oppressiva andando a vivere in un campo rom, nonostante si fosse innamorato proprio di una zingara di nome Zemfira, alla fine non riesce a liberarsi dalle sue passioni corrotte e distruttive tipiche della sua società di appartenenza. E proprio in ragione della sua gelosia e della sua mascolinità finisce per uccidere Zemfira.
La figura della zingara l’avevo studiata anche in Notre-Dame di Paris di Hugo, dove attraverso la storia di Esmeralda, una zingara bellissima e libera che conquista il cuore di tutti i personaggi (del poeta, del diacono e perfino del povero Quasimodo) viene descritta la periferia di Parigi del quattrocento in cui vivono ladri, vagabondi e zingari. Alla fine Esmeralda viene accusata di stregonerie e impiccata, una fine tragica che denuncia la persecuzione borghese e la repressione religiosa verso gli zingari.
Così come di zingari avevo letto in Carmen di Mérimée, dove José, un soldato onesto, si innamorava di Carmen, una gitana bellissima e decisa a conservare la sua libertà. Pur di conquistare il suo cuore Jose si fa coinvolgere in attività di contrabbando dimenticando i suoi valori di soldato. Quando questa sua trasformazione si rivela inefficace, ha una crisi di coscienza e anche lui finisce per uccidere la donna che ama. Un’altra tragedia che denuncia l’incapacità maschile e borghese di accettare il rifiuto di una zingara.
Ecco, questa consapevolezza romantica sul contrasto storico tra i due mondi e le ragioni strutturali che producono l’intolleranza verso una categoria percepita come libera, indomabile e pericolosa, si è scontrata, una volta arrivato in Italia, con campagne mediatiche che descrivevano i rom come il nemico pubblico numero uno: a onor del vero non solo gli zingari, anche noi albanesi siamo stati rappresentati dai media come mostri, poi i romeni, i magrebini e ora gli africani. Solo che mentre c’è la cronaca nera che ha bisogno di spostare i riflettori su diverse etnie per costruire il mostro, lo zingaro torna sempre utile poiché fa sempre notizia.
I rom che ho conosciuto in carcere
Confuso tra romanzi e giornali, ho avuto modo di conoscere diversi ragazzi rom finiti in carcere. Le loro storie sono state così significative che oggi mi pento di non averne raccolto le testimonianze, e non avere annotato le loro riflessioni, dati davvero importanti per svolgere una ricerca che potrebbe decostruire molti luoghi comuni e stereotipi. Le traiettorie di questi ragazzi erano il risultato di processi complessi di marginalizzazione, come l’esclusione urbana ed educativa sommate a discriminazioni che attraversano gli ambiti economici e sociali. I percorsi giudiziari erano spesso anelli della stessa catena di ingiustizie: percorsi penalizzanti quasi inevitabili. Ricordo che in carcere molti ragazzi rom scoprivano l’interesse per lo studio e frequentavano la scuola media e in alcuni casi proseguivano con le superiori. Questo dimostra come l’abbandono scolastico non sia legato a un fattore culturale, ma a difficoltà concrete: la distanza tra l’accampamento e la scuola, la mancanza di mezzi per acquistare libri o pagare la mensa, l’impossibilità delle famiglie di accompagnare i figli ogni giorno. Giovanna Campani, in L’integrazione dei rom in Italia (2008), ha mostrato come la frequenza scolastica dei bambini rom aumenti sensibilmente quando vengono messi a disposizione servizi di trasporto, mediatori culturali e insegnanti formati. Tutti elementi fondamentali che noi diamo per scontato che siano nella disponibilità di tutti.
Anche quando le famiglie si impegnano a mandare i figli a scuola, questi devono affrontare la discriminazione dei coetanei, fatta di disprezzo e fastidio, che finisce per scoraggiarli. Inoltre, le condizioni di vita nei campi - come studiare in una roulotte affollata - rendono l’apprendimento quasi impossibile. Un rapporto della Caritas del 2015 evidenzia che laddove sono stati attivati progetti di sostegno economico e tutoraggio, la frequenza scolastica supera l’80%. E infatti ho conosciuto in carcere diversi ragazzi che nonostante tutto erano riusciti a concludere non solo la scuola dell’obbligo, ma anche ad andare oltre.
Eppure la propaganda securitaria insiste puntualmente nella rappresentazione delle famiglie rom come incapaci di educare i propri figli: genitori colpevoli di negligenza, incuria, assenza di scolarizzazione. Non a caso, nella vicenda dei tre bambini di Milano, la magistratura minorile pare abbia disposto l’allontanamento dalle famiglie, accusando i genitori di aver “messo a rischio” i figli. Una dinamica non nuova: ogni anno decine di sentenze dei tribunali minorili in Italia revocano la potestà genitoriale a famiglie rom, motivando la decisione con la mancata scolarizzazione o le condizioni di vita nei campi. In altre parole, la giustizia minorile interviene dove la politica ha fallito: laddove mancano politiche di inclusione, la magistratura supplisce spesso con la sottrazione familiare. Io invece rimango convinto che non sono i genitori a condannare i figli a un destino di devianza, bensì la combinazione di stigmatizzazione sociale, discriminazione istituzionale e abbandono politico. Attribuire tutta la colpa alle famiglie serve solo a scaricare la responsabilità dalle istituzioni: punire i genitori diventa un alibi e un’arma di controllo.
I bambini rom agli occhi della politica
Se dispersione scolastica e povertà alimentano i pregiudizi sui rom, in carcere ho scoperto come questi stessi elementi compromettano anche i loro percorsi penali. I resoconti scolastici negativi, uniti alla disoccupazione e allo status di "nullatenente", vengono spesso usati nei contesti processuali come aggravanti o prove di una personalità incline al crimine. In carcere, i conflitti tra detenuti (spesso su base etnica) sono frequenti. Tali conflitti, a cui ho assistito in prima persona e nei quali talvolta sono stato persino implicato, coinvolgevano molto spesso gruppi di italiani, albanesi, magrebini, romeni e persone dell’africa subsahariana. La sociologia del carcere ha da sempre analizzato le dinamiche di gruppo e l’assunzione di ruoli all’interno della comunità reclusa, rilevando puntualmente il bisogno di riaffermazione come motore di dinamiche machiste e dimostrazioni di forza sia simbolica che agita. Tuttavia, ho osservato che i ragazzi rom tendono a evitare il conflitto e si rifiutano di farsi coinvolgere in situazioni violente. Non si tratta sicuramente di paura. Molti mi raccontavano che da bambini, nei campi, si esercitavano nel pugilato o nella lotta, rituali che insieme ai balli collettivi accelerano il passaggio verso l’età adulta e il matrimonio, ma mai vengono usati per aggredire.
Chiaramente, sono consapevole del fatto che fuori dal carcere i reati non hanno né etnie né tantomeno colore, però credo sia importante sottolineare la capacità di tanti ragazzi rom di tenersi lontani dalla violenza. Però la mia osservazione contrasta con lo stereotipo dello "zingaro violento", usato oggi per invocare l’abbassamento dell’età imputabile, ossia la soglia a partire dalla quale un minore può essere processato penalmente. In Italia, attualmente, i minori sono imputabili dai 14 anni in su, ma sull’onda dell’emozione di questo fatto di cronaca che ha visto come protagonisti 3 bambini rom non imputabili si invoca di scendere a 12 o addirittura a 10 anni.
Personalmente penso che sia una proposta fallimentare tanto sul piano giuridico, quanto su quello sociale. Infatti la storia di altri ordinamenti che hanno abbassato l’età imputabile ha prodotto solo disastri nei bambini coinvolti e nelle loro famiglie. Negli anni 90, sull’onda del panico per i cosiddetti super-predators diffuso negli Stati Uniti, molti Stati hanno abbassato l’età imputabile e aumentato le pene per i minori con la promessa di impedire “l’uragano della violenza giovanile”. Una ricerca importante sulla violenza giovanile negli Stati Uniti (Zimring, 1998) ha dimostrato come questa normativa non solo non ha ridotto i tassi di criminalità minorile, ma ha addirittura prodotto un aumento drammatico della recidiva. I minori trattati come adulti tendono a reiterare i comportamenti devianti, poiché il carcere minorile diventa una scuola di criminalità. E mentre veniva pubblicata questa rigorosa ricerca, in Gran Bretagna si seguiva lo stesso approccio punitivo statunitense con il Crime and Disorder Act del 1998, che fissava l’età minima di responsabilità penale a 10 anni, una delle più basse d’Europa. I rapporti dello Youth Justice Board hanno però mostrato che anche in GB i tassi di recidiva sono diventati elevatissimi, ovvero oltre il 70% dei bambini criminalizzati torna a delinquere nei tre anni successivi alla prima condanna. Per questo motivo il Consiglio d’Europa e l’UNICEF hanno più volte ribadito che abbassare l’età imputabile non solo è inefficace, ma contrasta con i principi della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia (CRC), che invita gli Stati a privilegiare la prevenzione e le misure alternative alla detenzione.
La grande menzogna delle ruspe
La condizione economica precaria di tanti rom è sicuramente prodotto di uno stile di vita ai margini, ma a volte diventa anche ragione di relazioni positive. La povertà dei rom in carcere smentisce lo stereotipo mediatico delle "ville di lusso" e delle auto di grossa cilindrata di cui tanti disporrebbero. Nonostante gli sforzi visibili che facevano le loro famiglie per sostenerli portando in occasione dei colloqui vestiario e qualche aiuto alimentare, la maggior parte era sprovvista di disponibilità finanziaria. Disponevano invece di un forte senso di solidarietà condividendo il poco che avevano. Infatti li vedevo spesso scambiarsi il bicchiere di olio, di caffè o di zucchero, segno che non sempre tutti riuscivano a fare la spesa, come succede tra i detenuti benestanti. La loro condizione economica era in linea con i loro racconti di vita. Molti avevano pure avuto esperienze lavorative fuori dal carcere, ma evidentemente si trattava di lavori che non consentivano di risparmiare: spesso non avevano nemmeno un conto in banca.
Certo non sono sempre degli angioletti. Dalla prospettiva istituzionale anche i ragazzi rom sono spesso considerati fonte di problemi. C’era anche qualcuno che proveniva da storie di abuso di sostanze, una dipendenza che lo costringeva in carcere ad usare psicofarmaci. Un bisogno che, come per tutti gli altri tossicodipendenti presenti in carcere, li porta a mettere in atto comportamenti di disturbo, di protesta e perfino di autolesionismo. Ma il livello di comportamenti violenti dei ragazzi rom non superava sicuramente quello degli altri detenuti, però quando succedevano questi comportamenti la reazione degli agenti era secondo me più pesante rispetto ad episodi analoghi messi in atto da altri. La mia percezione era che, mentre il disturbo generato da altri detenuti suscitavo fastidio, quello prodotto dallo “zingaro” provocava il disprezzo di alcuni agenti che intervenivano con maggiore “libertà” per ripristinare l’ordine. Lo stesso disprezzo che emerge violentemente da parte di chi oggi minaccia di usare le ruspe per distruggere i campi rom, “cacciandoli dall’Italia”. È un discorso che sembra proporzionato, ma in realtà riproduce la stessa logica repressiva che, da sempre, segna la relazione tra istituzioni e comunità rom. Su questo argomento vale la pena leggere qualche studio di tipo sociologico per capire come le relazioni tra le comunità rom e le autorità sono mediate da stereotipi, pregiudizi, e una marcata asimmetria di potere.
L’antropologo Leonardo Piasere, nel suo volume Popoli delle discariche (2006), ha documentato come i rom in Italia non siano mai stati “nomadi per cultura”, ma siano stati resi nomadi per forza dalle continue espulsioni, persecuzioni e sgomberi subiti. Ogni volta che cercavano di stabilizzarsi in un luogo, si scontravano con l’intervento repressivo delle autorità e con politiche di esclusione e di controllo, come sgomberi di insediamenti abusivi e restrizioni alla mobilità. Sono questi conflitti che li hanno da sempre costretti a spostarsi, costruendo così la narrazione del “popolo errante” come tratto identitario. In realtà, è stata la politica dell’esclusione a rendere instabile e precaria la loro condizione abitativa. Il rifiuto istituzionale, in quanto zingari e in quanto poveri, porta a un processo che Nando Sigona, nel suo libro Figli del Ghetto definisce di urbanistica del disprezzo. Si tratta di un approccio istituzionale di “gestione della povertà” con strumenti urbanistici segregativi. Infatti i cosiddetti “campi nomadi attrezzati”, nati negli anni Ottanta in spazi periferici e spesso insalubri, venivano presentati come soluzioni temporanee e in realtà sono diventate vere e proprie prigioni etniche a cielo aperto. Anche Tommaso Vitale, in Politiche possibili (2009), dimostra come tali campi non siano affatto neutrali, ma frutto di precise scelte politiche che hanno istituzionalizzato la marginalità.
La storia italiana è quindi costellata di sgomberi e ruspe, senza che questo abbia mai portato a una riduzione dei problemi sociali connessi. Al contrario, tutti gli studi accademici dimostrano come lo sgombero riproduce disagio familiare, discontinuità scolastica, perdita di lavoro e sradicamento delle reti sociali essenziali per le comunità povere: ogni volta che una comunità rom viene “cacciata” da un luogo, lo spostarsi in un altro posto comporta un peggioramento delle condizioni di vita. Quelle ruspe oggi invocate, non fanno altro che creare ulteriore instabilità e alimentare l’immagine dei rom come “stranieri ovunque”, incapaci di radicarsi.
Quello che la tragedia di Cecilia ci può insegnare
A proposito di stereotipi, la cosa che maggiormente mi colpiva durante le nostre conversazioni in carcere era la loro capacità di sognare le cose semplici: un lavoro dignitoso, una famiglia, una casa, la possibilità di provvedere ai figli garantendogli un’educazione adeguata, assistenza medica e sicurezza economica. Sono questi gli obiettivi che i vari progetti virtuosi cercano di valorizzare attivando relazioni inclusive e creando contesti positivi sia scolatici che sociali, perché possano affrontare con maggior autostima l’ambiente scolastico e quello lavorativo. Ad esempio in Spagna, progetti di scolarizzazione obbligatoria e sostegno familiare nelle comunità gitane hanno portato a una riduzione significativa della devianza minorile. E nei Paesi scandinavi, il focus su welfare, sostegno psicologico e politiche educative ha mantenuto bassi i tassi di criminalità minorile senza ricorrere alla repressione penale precoce. Queste esperienze mostrano come una scuola più inclusiva previene non solo l’abbandono scolastico ma anche i percorsi devianti che spesso ne derivano. Inoltre, confermano che il sostegno alla genitorialità è infinitamente più efficace della criminalizzazione. Va da sé che abbassare l’età imputabile non è solo un errore tecnico, ma rappresenta un’arroganza inaccettabile per chi come me crede nel cambiamento, poiché rifiuta l’idea che anche i bambini possono avere la capacità di cambiare e riduce la complessità sociale a una mera questione di ordine pubblico.
La morte di Cecilia De Astis è una tragedia che interroga tutti. Ma la risposta non può essere l’ennesima stretta securitaria. Non possiamo accettare che la rabbia e il dolore diventino strumenti per rilanciare una politica delle ruspe, della sottrazione familiare e della carcerazione precoce. Se si vuole davvero che tragedie simili non si ripetano, occorre avere il coraggio di ragionare sui fallimenti delle istituzioni per rovesciare il discorso e ribadire che la sicurezza non nasce dalla repressione, ma dalla giustizia sociale; non dalle ruspe, ma dal diritto alla casa; non dalla sottrazione dei figli, ma dal sostegno alla genitorialità e non dalla criminalizzazione dei bambini ma dalla loro inclusione scolastica.
Se la morte di Cecilia deve insegnarci qualcosa, è proprio che non serve costruire mostri e tantomeno usare le ruspe contro i bambini, anche se sono zingari. L’unica alternativa credibile è quella dell’inclusione abitativa, dell’accesso a case popolari, della fine delle politiche ghetto. Cecilia merita giustizia. Ma la giustizia non è vendetta: è costruzione di una società in cui nessun bambino debba crescere nell’abbandono, nella marginalità e nello stigma. Solo così la sua morte potrà avere un senso e invece di offrire un alibi per nuove esclusioni potrà diventare un monito per nuove responsabilità collettive.











