di Giuseppe Pignatone
La Stampa, 25 maggio 2022
L’analisi dell’ex procuratore di Roma: “Le norme attuali sono efficaci e rispettose della Costituzione, il vero gap è informatico”. A trent’anni dalle stragi di Capaci e di via d’Amelio, sempre più spesso nel dibattito sui temi della giustizia si sente ripetere che sarebbe giunto il momento di abbandonare le norme e gli strumenti adottati per combattere le organizzazioni mafiose.
Ormai - si argomenta - quella mafia non c’è più, è stata sconfitta dagli ergastoli e quindi, anziché “sprecare” risorse inseguendo la mafia di trent’anni fa, è ora di elaborare strumenti normativi e tecnologici adeguati per contrastare i traffici criminali sempre più sofisticati e le nuove forme di arricchimento. Questa analisi non è condivisibile perché il punto di partenza è solo apparentemente corretto.
Se è vero, infatti, che lo Stato è riuscito a sconfiggere la mafia delle stragi al termine di un terribile periodo segnato da centinaia di omicidi e da altri gravissimi reati, conclusosi con la cattura di Bernardo Provenzano (11 aprile 2006: una data simbolo), ciò non significa affatto aver cancellato il problema mafia in Italia.
Cosa nostra non è scomparsa in Sicilia, anche se la sua pericolosità è frenata dai cambiamenti sociali oltre che dalla continuità e dall’efficacia dell’azione repressiva, che ha tra l’altro impedito la ricostituzione di quell’organismo di vertice - la cosiddetta Cupola - tra gli elementi decisivi della sua forza e della sua pericolosità. Così come non sono scomparse la ‘ndrangheta calabrese e la camorra napoletana, mentre s’impone un’attenzione sempre maggiore per la mafia pugliese.
Possiamo anzi affermare che le organizzazioni mafiose, quella calabrese in particolare, sono sempre più presenti fuori dalle regioni meridionali, in larghe zone del centro e del nord Italia. Un radicamento già oggi consolidato e subdolo perché, se anche i criminali hanno rinunziato da anni alle manifestazioni più efferate e clamorose proprio per evitare la reazione dello Stato, la disponibilità della violenza e la capacità di farvi ricorso rimane l’elemento che caratterizza il metodo mafioso. Centinaia di processi celebrati in ogni parte d’Italia, testimoniano non solo che quella violenza continua a essere esercitata, sia pure senza arrivare quasi mai all’omicidio, ma che di essa sono ben consapevoli i cittadini delle zone in cui le mafie operano e che ne sono pesantemente condizionati nelle loro scelte di vita economica e sociale.
Per questo trovo assurda l’idea di rinunziare alla legislazione antimafia e agli strumenti che essa mette a disposizione. E non è affatto vero, come qualcuno sostiene, che si tratta di un sistema normativo e organizzativo ormai arretrato e basato su una sorta di inaccettabile violenza di Stato.
Si tratta, al contrario, di un sistema estremamente sofisticato ed efficace, come da tempo riconosciuto in ogni sede internazionale, (da ultimo, dalla Conferenza dei procuratori europei riunita a Palermo, mentre la sua conformità ai principi costituzionali è assicurata dalle ripetute verifiche davanti alla Consulta. E poiché l’impianto normativo antimafia è frutto di continui aggiornamenti basati sull’esperienza, esso si è dimostrato efficace non solo contro la mafia stragista dei Corleonesi, ma anche contro quelle attuali, diffuse nel Paese e che fanno ampio ricorso alla corruzione. Fermo restando, come ho più volte ribadito anche su questo giornale, che mafia e corruzione sono fenomeni diversi e che non necessariamente dove c’è l’una c’è anche l’altra.
Il nostro sistema di contrasto ha saputo far fronte alla evoluzione della mafia da quando, più di un secolo fa, era rappresentata dai campieri, a quella dell’edilizia, degli stupefacenti e degli appalti fino a quella attuale, pericolosamente tesa a inserirsi nei circuiti dell’economia legale fino ad alzare la mira sulle ingenti risorse del Pnrr. La stessa legislazione ha inoltre permesso di svelare almeno in parte la rete di relazioni esistente tra cosche ed esponenti della società civile, quei legami che sono la vera ragione della loro capacità di durare così a lungo nel tempo.
Sono invece d’accordo sul fatto che il contrasto al crimine richiede passi avanti significativi per far fronte agli effetti della globalizzazione e delle nuove tecnologie, in primo luogo l’informatica. Siamo in ritardo nella capacità di seguire i movimenti del denaro e di aggredire le ricchezze illecite trasferite all’estero o che hanno, come è sempre più frequente, natura finanziaria. Un gap che però non riguarda solo le indagini sulle mafie, ma anche quelle su tutti i reati di una qualche complessità e che non può essere quindi usato come pretesto per scardinare un sistema che, a cominciare dal reato di associazione per delinquere di tipo mafioso introdotto nel 1982 dalla legge Rognoni-La Torre, conserva in pieno la sua validità.
Con la consapevolezza, naturalmente, che le mafie rappresentano un fenomeno storico contro il quale la repressione anche più efficace non basta, se manca una profonda coscienza antimafia estesa a ogni azione della vita politica, economica e sociale. Se non c’è, come ha detto il Presidente Mattarella a Palermo, “l’impegno per l’affermazione dello Stato di diritto anzitutto nella società civile”.










