di Giuseppe Petrocchi
Avvenire, 15 maggio 2022
Pubblichiamo ampi stralci della prefazione del cardinale Giuseppe Petrocchi, arcivescovo de L’Aquila, al libro “Non tutti sanno. La voce dei detenuti di Rebibbia” (Libreria Editrice Vaticana), curato da suor Emma Zordan, da anni volontaria nel penitenziario romano.
Il carcere per molti è un “pianeta sconosciuto”, ma abitato da persone concrete. Esistono le mura che delimitano l’area della detenzione, ma esistono anche le barriere del pregiudizio, che segnano le dimensioni dell’esclusione. Proprio un detenuto ha scritto che il carcere è un cosmo invisibile e “i suoi abitanti appartengono al mondo degli ultimi” (G.R.).
La persona non coincide con il male che ha compiuto. Dal punto di vista morale, nessuno può essere rinchiuso irreversibilmente nell’errore “già fatto”: Dio lascia sempre, nel corso della vita, vie aperte al cambiamento e alla conversione. Ogni esistenza umana, perciò, è sempre spalancata sugli orizzonti illimitati della speranza. I detenuti si raccontano con franchezza “disarmata”: “riflessioni scritte senza “mentirsi addosso” (G.M.).
I brani da loro composti sono “aree” popolate da ricordi e da considerazioni, che sembrano “distillate” attraverso un lungo e spesso penoso itinerario autocritico: si coglie, sotto ogni riga, una sofferenza pervasiva che, in alcuni casi, raggiunge indici di drammaticità. Si deve varcare il confine dell’indifferenza e della estraneità, così come è fondamentale lasciarsi alle spalle la soglia del sospetto e delle interpretazioni distorsive.
Bisogna, inoltre, attivare una disponibilità incondizionata alla verità, motivando evangelicamente la vicinanza partecipe: questo “deposito” di esperienze, infatti, merita di essere avvicinato con lo sguardo “samaritano”. Per “capire”, infatti, occorre “sapere”, e per “sapere” - in modo autentico - è importante mobilitare sia la mente che il cuore.
Conoscere, specie quando si tratta di visitare il mondo “interiore” di altri, non è un’impresa solo intellettuale, poiché se manca la luce dell’amore, gli occhi della ragione restano al buio.
Va sottolineato che l’incontro autentico con l’altro non solo svela il suo volto, ma ci consente pure di entrare in contatto più profondo con noi stessi, specie in riferimento a quegli aspetti della nostra personalità che resterebbero “mimetizzati”, se non ci fosse il confronto con un “tu” a renderceli manifesti. Per questo la comunicazione, quando è condivisa, diventa reciproca “scoperta” delle soggettività che entrano in rapporto, e crea vincoli di amicizia.
Chi legge le pagine di questo libro, con intelligenza altruista e leale “empatia”, si trova di fronte a sorprese “positive” e stimolanti. Emergono voci che chiedono solo di essere ascoltate. Riporto, a titolo esemplificativo, alcuni passaggi del libro, che ci regalano motivi per un serio esame di coscienza, sul piano della fede e dell’impegno civico!
“Davvero non tutti sanno com’è la vita in carcere! Molti pensano che noi siamo solo degli scarti umani e che dovremmo marcire qui dentro. Insomma, cari lettori, la vita in carcere non è vita, ma un calvario [..] Da Rebibbia, un uomo che spera di rinascere, vi saluta” (C.C.).
Commuove il tono con cui si ammettono gli errori fatti, ma anche la manifestazione di un intenso desiderio di riscatto. “Passo il mio tempo stando con lo sguardo alla finestra della mia cella, ammiro i gabbiani che volano liberi come avrei potuto fare pure io, invece mi trovo qua chiuso e senza quelle ali della libertà, senza un cielo dove poter volare, soltanto mura avvolgenti e immense che distruggono ogni fantasia di volare, facendomi ritrarre quelle ali solo sognate. So che per ora sarà così, avendo scelto il cielo sbagliato in cui sperimentare il mio volo. Ora capisco che toccherà soltanto a me combattere, se voglio tornare a volare in un cielo limpido” (A.R.).
La lettura di queste pagine ci aiuti a maturare la convinzione che è meglio porgere una mano amica (capace di offrire un aiuto adeguato) verso chi ha sbagliato, piuttosto che limitarsi a puntare il dito “contro”: nella certezza, suscitata dalla Parola di Dio, che, nella doverosa lotta contro il male, solo la forza del bene è capace di vittoria.










