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di Tito Boeri

rivistaeco.com, 15 marzo 2026

La stragrande maggioranza dei detenuti nel nostro paese sconta la pena in prigioni fortemente sovraffollate. È un problema cronico che richiede di essere affrontato anche attraverso la costruzione di nuove strutture carcerarie. Ma il solo parlarne scatena reazioni indignate, a sinistra e a destra dello schieramento politico. Non si tratta solo di rispettare il dettato costituzionale nel trattamento di chi ha commesso un reato, ma di garantire più sicurezza alla società nel suo insieme. Perché sovraffollamento e recidiva sono due facce della stessa medaglia e l’approccio solo repressivo finisce per rendere il carcere una università del crimine. Invece dove le condizioni di detenzione sono migliori, come per esempio a Bollate o negli istituti esclusivamente femminili, i reclusi possono partecipare a programmi di rieducazione e lavoro che favoriscono il reinserimento, una volta rimessi in libertà. E la probabilità di tornare dietro le sbarre cala nettamente.

Più di nove detenuti su dieci in Italia scontano la loro pena in carceri sovraffollate. Per più di uno su tre il carcere in cui si trova ospita da una volta e mezzo a due volte il numero di persone rispetto alla sua capienza regolamentare. Il sovraffollamento non è solo una questione di spazio fisico. In celle di 9 metri quadrati vivono spesso tre, quattro, persino cinque persone. Ventitré ore al giorno rinchiusi in un ambiente dove l’aria è irrespirabile, la privacy inesistente, la tensione palpabile. Nelle prigioni italiane aumentano i suicidi (70 nel 2023, 91 nel 2024, 80 nel 2025), segno evidente del disagio cui li sottoponiamo. Bene ricordare che la pena loro inflitta comporta la reclusione, non l’essere costretti a sopravvivere in condizioni disumane. E ancora che l’articolo 27 della Costituzione prevede che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono rieducare il condannato”.

Il sovraffollamento è un problema cronico del nostro sistema carcerario. Se ne parla da decenni. Ogni tanto si varano provvedimenti per svuotare le strutture carcerarie con indulti e amnistie che creano odiose differenze di trattamento e che per lo più non tengono conto del rischio di recidività di coloro ai quali vengono concessi gli arresti domiciliari o la libertà condizionata. Il numero dei detenuti si riduce per qualche mese, ma il problema torna a riproporsi di lì a poco.

A sinistra prevale uno slogan, quello secondo cui non bisogna costruire nuove carceri, ma favorire il reinserimento di chi oggi è in prigione (le frasi più comuni sono “il carcere è l’extrema ratio” e “costruire nuove carceri non è la soluzione al sovraffollamento”). Come se le due strategie fossero contrapposte. In realtà costruzione di nuove carceri, con conseguente miglioramento delle condizioni in cui vivono i carcerati, da una parte, e, dall’altra, rieducazione e riduzione della recidività sono due facce della stessa medaglia. Per rieducare bisogna migliorare la situazione nelle carceri, a partire dallo spazio fisico a disposizione dei detenuti. Come può un individuo prepararsi a rientrare nella società quando vive in condizioni che negano la dignità umana più elementare?

A destra, invece, si cavalca l’odio della popolazione per chi ha commesso reati. C’è chi, come il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, alla notizia della cattura di un presunto colpevole di un qualche grave reato propone di metterlo subito dietro le sbarre e “gettare via la chiave” e chi, come il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, che confessa di provare “un’intima gioia” quando i detenuti trasportati dalla polizia penitenziaria vengono maltrattati. Questo approccio unicamente repressivo nei confronti dei detenuti porta a una crescita di criminalità e sovraffollamento. Il governo Meloni ha introdotto quaranta fra nuovi reati, aggravanti e inasprimenti di pene. Si aumenta così la detenzione per reati altrove depenalizzati: ad esempio, il 35% dei detenuti in Italia è per crimini legati alla droga, molto di più che in altri paesi. Lo stesso risultato lo si ottiene inasprendo le pene che, come mostriamo in questo numero di eco, già oggi comportano mediamente una durata della detenzione più lunga che negli altri paesi europei (8 anni contro 6 anni altrove).

Il circolo vizioso del sovraffollamento - Obiettivo prioritario di un sistema carcerario dovrebbe essere quello di minimizzare la recidività, il rischio che un detenuto, una volta esaurita la pena, commetta un nuovo reato. Oggi in Italia siamo agli antipodi: il 68% dei detenuti che escono dal carcere vi ritorna entro cinque anni. Questo dato, da solo, dovrebbe farci riflettere sull’efficacia del nostro sistema penitenziario. Stiamo parlando di due persone su tre che, dopo aver scontato la pena, tornano a delinquere. È come se un ospedale dimettesse i pazienti sapendo che due su tre si riammaleranno della stessa malattia. La chiameremmo una cura efficace?

Sovraffollamento e ricaduta nel crimine sono strettamente interconnessi: i tassi di recidività sono più alti in carceri sovraffollate e, viceversa, le carceri sono più sovraffollate dove c’è maggiore recidività. Cosa fare allora per spezzare questo circolo vizioso? Per identificare misure adeguate, è fondamentale stabilire le cause ultime di questo stato di cose. È il sovraffollamento a causare l’alto tasso di recidività o è la recidività a causare il sovraffollamento? Oppure ci sono altri fattori che fanno aumentare sia affollamento che recidività? In questo numero di eco forniamo il resoconto di studi condotti con metodi rigorosi proprio per identificare relazioni di causa ed effetto. Colmano un vuoto di informazioni su com’è la vita dentro le carceri e convergono nel dimostrare che la recidività è un portato di condizioni carcerarie inadeguate. Non è solo il sovraffollamento in quanto tale, ma l’isolamento, condizioni di detenzione malsane, l’assenza di opportunità di lavoro, l’impossibilità di ricevere frequenti visite famigliari, a spingere a ripetere gli stessi crimini una volta usciti di prigione. In altre parole, migliorando le condizioni di vita nelle carceri potremmo ridurre il ripetersi di molti crimini una volta che chi li ha commessi viene scarcerato, potremmo abbassare i tassi di criminalità e migliorare la salute mentale di chi sta dietro le sbarre.

Guardando dentro le prigioni - Proviamo a riassumere i risultati principali di questi studi che ci fanno capire cosa succede dentro le mura delle prigioni e che ci segnalano quanto sarebbe importante aumentare la trasparenza su quanto accade all’interno degli istituti penitenziari, rendere pubblici i risultati delle ispezioni ministeriali e pubblicare dati dettagliati sulle condizioni della vita carceraria.

Il trasferimento dei detenuti anche per un solo anno al “carcere aperto” di Bollate, dove c’era sotto-affollamento e dove si hanno maggiori opportunità lavorative, riduce tra il 15% e il 25% il rischio di recidività. Le detenute assegnate in Italia a carceri femminili, dove c’è meno sovraffollamento e le condizioni detentive sono in grado di meglio rispondere alle esigenze delle donne, riduce il tasso di recidività tra gli 8 e i 16 punti percentuali. L’impegno lavorativo durante la detenzione, anche per solo 200 ore di lavoro, riduce la probabilità di tornare in prigione tra il 25% e il 30%. Anche le esperienze internazionali portano a conclusioni simili. La Francia ha un sovraffollamento delle carceri comparabile se non superiore a quello italiano e quando la scarcerazione coincide con il trovare lavoro, il rischio di tornare a delinquere si riduce nettamente. Nelle carceri statunitensi il sovraffollamento spiega perché la metà dei detenuti soffra di malattie mentali, mentre quelle norvegesi, improntate alla rieducazione (il tasso di recidività è qui del 20%, vale a dire meno di un terzo di quello italiano), migliorano la salute mentale delle persone, riducendo la necessità di visite mediche legate a queste patologie. Miglioramenti nelle condizioni carcerarie a seguito di ispezioni negli istituti penitenziari del Regno Unito portano a una diminuzione della violenza nelle carceri del 18%.

L’approccio vendicativo aumenta l’insicurezza - I toni forcaioli di molti esponenti dell’attuale maggioranza mirano forse a coprire il fallimento del governo Meloni nel garantire sicurezza ai cittadini. Il numero di delitti denunciati dalle forze di polizia all’autorità giudiziaria è, infatti, aumentato dal suo insediamento e ancora più quello dei reati denunciati dai cittadini. Vero che ai reati denunciati non sempre corrisponde un aumento dei reati effettivi, ma l’aumento delle denunce sembra segnalare anche un aumento dell’insicurezza percepita dei cittadini.

La stragrande maggioranza dei cittadini non chiede vendette ma invoca sicurezza. Il sovraffollamento carcerario rende la società meno sicura. Quando le carceri diventano università del crimine invece che luoghi di recupero, quando i detenuti escono più incattiviti e meno preparati di quando sono entrati, stiamo creando le condizioni per nuovi crimini. Il sovraffollamento impedisce la realizzazione di programmi educativi efficaci, limita l’accesso al lavoro interno, rende impossibile un percorso individualizzato di recupero, rende più gravoso il lavoro degli agenti penitenziari, che pur sono più numerosi in rapporto alla popolazione carceraria che negli altri paesi europei. Sicurezza è sinonimo di reintegrazione: un ex detenuto reinserito è un criminale in meno, una vittima in meno, un costo sociale in meno.