di Conchita Sannino
La Repubblica, 23 novembre 2024
In Cdm le sanzioni per le toghe che commentano le norme di cui si occupano. Conflitto quotidiano. Un avviso al giorno. O un paletto, una stoccata o una nuova norma che delimiti il campo. Anche ieri, l’offensiva del governo sulla giustizia, che allarga il solco tra politica e magistratura, non conosce soste. Prima la presidente Giorgia Meloni: che rivendica con i sindaci dell’Anci la cancellazione dell’abuso d’ufficio, indicando come pericolo scampato “i lunghi e disonorevoli processi” per i buoni amministratori. Nelle stesse ore, da un convegno a Firenze, calano ancora sul caso migranti - i duri, affilati distinguo contro le toghe da parte di un autorevole parterre: Carlo Nordio, Alfredo Mantovano, Fabio Pinelli. I giudici siano “sottoposti alle leggi, non solo alla Costituzione, come dice la nostra Carta”, le loro bocche siano collegate “al raziocinio”. Di più: “Perché votare i politici se poi i giudici disapplicano le loro leggi?”. O anche: “Non c’è spazio per il diritto creativo”.
Ed è pronta l’altra trincea: lunedì sarà discussa in Consiglio dei ministri, nel nuovo decreto legge in materia di giustizia, la norma che impone ai giudici di non fare commenti, né dichiarazioni, sulle materie di cui dovranno occuparsi, o rischieranno azioni disciplinari (proposta che richiama il caso della giudice Silvia Albano, “rea” per la destra di non essersi astenuta sulla pronuncia sui migranti).
Da Torino, è la premier a farsi vanto di aver dato lo stop, con la riforma del codice penale, all’abuso d’ufficio. “Non volevamo lasciare i sindaci in balìa della paura della firma - spiega Meloni, videocollegata con l’Anci - Lo rivendico”, si evitano così “lunghi e disonorevoli processi per le persone perbene”. Poco prima, erano partite le altre bordate. “Non c’è spazio per il diritto creativo. I decreti del Tribunale di Roma erano carenti di motivazione e li abbiamo impugnati”, sentenzia Nordio, il ministro della Giustizia. Che poi cita Shakespeare e aggiunge: “Le bocche dei giudici devono essere ispirate dal raziocinio, dal buon senso, e dal principio di legalità”.
Ci va giù duro anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Mantovano, un magistrato: “Un cittadino può chiedersi: ma che senso ha votare per scegliere i miei rappresentanti al Parlamento se poi le leggi del Parlamento sono disapplicate da alcuni giudici di merito?”.
Altri colpi. “Alle norme non si possono attribuire le soggettive valutazioni valoriali” dei magistrati, i quali “non hanno legittimazione politica”. Anzi, “il giudice è soggetto alla legge, non alla Costituzione”, puntualizza Pinelli, vicepresidente del Consiglio superiore. Mattarella, che del Csm è la guida, esattamente un mese fa, aveva ammonito dopo le prime scintille sui migranti: basta conflitti, le istituzioni appartengono a tutti.
Invece, proprio sul flop della missione Albania, lo scontro divampa. Dall’altro lato, la durissima critica espressa dalle Corti di appello d’Italia contro l’emendamento (già passato in commissione) che trasferisce proprio a quegli uffici ricorsi e convalide sui trattenimenti dei migranti. Dall’altro, la nuova ipotesi di “illecito disciplinare”: un nuovo bavaglio per i giudici. Reagisce Area, la corrente progressista, con Giovanni Zaccaro: “Serve a ridurre i magistrati a burocrati silenziosi”. Serracchiani, responsabile Pd Giustizia: “L’attacco alla magistratura è il primo tassello quando si punta al potere assoluto”.









