di Giulia Merlo
Il Domani, 29 giugno 2026
Ridotto del 31,5 per cento nel penale e del 40,6 nel civile il disposition time, del 90 l’arretrato civile. Risultati ottenuti senza calcolare le protezioni internazionali. I dubbi sul futuro senza fondi Ue. Sulla carta la scommessa è vinta e il ministero della Giustizia ha esultato per il raggiungimento degli obiettivi Pnrr in scadenza il 30 giugno 2026, certificato anche dal Country Report della Commissione europea del 3 giugno scorso. “Un punto di svolta rispetto al passato”, l’ha definito il ministro Carlo Nordio in audizione al Senato. E seppure gli obiettivi erano sfidanti e i freddi numeri confermano il traguardo raggiunto, dietro una narrazione rassicurante non tutto è come sembra.
Secondo i dati del monitoraggio ministeriale, nel settore penale si è ridotto del 31,5 per cento il tempo di definizione dei procedimenti, superando il target previsto del 25 per cento. Nel civile, l’abbattimento delle pendenze è stato dell’89,5 per cento nei tribunali e del 91 per cento presso le corti d’appello, a fronte di un obiettivo del 90 per cento. Quanto al disposition time civile - obiettivo più temuto - “si passa da una riduzione del 28,8 per cento al 31 dicembre 2025 ad una riduzione del 40,6 per cento al 30 aprile 2026, in linea con l’obiettivo di riduzione del 40 per cento entro giugno 2026”.
Gli ultimi giorni del Pnrr: la lezione che l’Italia non imparerà mai E adesso? Sulla carta c’è da festeggiare e il governo è intenzionato a farlo: alla riduzione dei tempi e dell’arretrato, infatti, è stata destinata la spesa di circa 2,26 miliardi di euro dei fondi Pnrr (circa l’80 per cento di quelli destinati alla giustizia) e il mancato raggiungimento degli obiettivi avrebbe significato dover restituire le somme.
Dunque i risultati andavano incassati e con qualsiasi mezzo. Ora, però, sorge la domanda: questa efficienza è solo apparente, oppure l’iniezione di denaro ha consentito una rivoluzione strutturale della macchina giustizia? La risposta, data da un magistrato che ha seguito da vicino l’applicazione del Pnrr, è che “nessuna macchina può correre sempre a 200 chilometri all’ora”. Fuor di metafora, la questione è duplice: sul fronte togato, l’impellenza del raggiungimento a tutti i costi degli obiettivi ha prodotto un obbligo di iperperformatività dei magistrati, chiamati al produttivismo, e ora rischia di arrivare un naturale rilassamento.
Sul fronte invece degli strumenti, il ministero ha creato un regime emergenziale per intervenire sulle corti in difficoltà col raggiungimento dei parametri: l’applicazione da remoto di toghe di altre sedi, la proroga dei giudici ausiliari nelle Corti di appello e l’impiego nel civile di magistrati in quiescenza. Questa iniezione ha permesso di recuperare il terreno mancante a ridosso della scadenza di fine giugno, ma è una spinta eccezionale che ora finirà.
E poi, in sede di rinegoziazione degli obiettivi Pnrr, l’Italia ha anche ottenuto di isolare statisticamente i procedimenti di protezione internazionale (aumentati del 65 per cento nel 2025) e cittadinanza (più 89 per cento). I dati dell’arretrato civile, infatti, sono stati presentati sia al lordo che al netto di questi procedimenti, con una sorta di “scudo” su questi ultimi. Anche per il disposition time si è predisposto un canale separato: i fascicoli delle sezioni specializzate per l’immigrazione sono stati separati dai flussi di contenzioso civile generale, così da non far impattare i ritardi di quelle sezioni sul disposition time dei tribunali civili ordinari. Il risultato, dunque, è che il dato del civile rischia di essere, almeno parzialmente, un’illusione ottica. C’è stato anche un altro effetto ottico, fatto emergere in particolare in un documento degli avvocati dell’Unione nazionale camere civili.
Una parte decisiva dei risultati deflattivi è maturata “grazie al filtro dei ricorsi inammissibili o manifestamente infondati, una funzione poco appariscente ma, nei fatti, determinante”, scrive il presidente Alberto Del Noce, “i giudici sono sempre più spesso costretti a fornire una risposta di legittimità - di conformità formale alle regole del rito - più che di giustizia sostanziale. E quando la durata media diminuisce anche perché cresce la capacità di espellere le cause nella fase di ammissibilità, quel numero misura la capacità di filtro del sistema prima ancora della rapidità con cui si rende giustizia nel merito”. Le ultime riforme infatti hanno introdotto nella fase di merito un sistema di preclusioni e di calcolo dei termini e in quella di legittimità una serie di meccanismi di definizione accelerata e di filtri di ammissibilità. In questo modo si sono certamente ridotti i tempi e l’arretrato, ma con l’effetto di trasformare il processo civile in un percorso a ostacoli tra i possibili errori formali, dimenticando il merito della controversia.
“Questa deriva ha un costo che le statistiche sui tempi non registrano: la fiducia dei cittadini”, conclude Del Noce. Silvestri (Md): “Il ministero della giustizia è fermo, mentre sono in corso le emergenze del carcere e della digitalizzazione” L’ufficio del processo A rimanere aperta, infine, è anche la questione dei funzionari dell’Ufficio del processo, ovvero i quasi diecimila addetti assunti a tempo determinato fino alla scadenza del Pnrr come supporto per i giudici di merito e di legittimità in ottica di efficienza. Le loro funzioni sono quelle di ausiliari, che coadiuvano il magistrato togato studiando il fascicolo, predisponendo ricerche giurisprudenziali e assistendoli in udienza.
Dopo un primo periodo di rodaggio le toghe hanno molto apprezzato questo affiancamento ma, finiti i fondi europei, l’effetto è che termina anche il loro contratto, di fatto togliendo benzina alla macchina giustizia. Per evitarlo - dopo lunghe contrattazioni - il ministero della Giustizia ha ottenuto la possibilità di assumere in proprio (per una spesa di circa 400 milioni di euro) e a tempo indeterminato questi nuovi funzionari.
Il provvedimento è stato il decreto legge giustizia del 12 giugno, che ora è in attesa di conversione, ma la situazione rimane ancora aperta e gli stessi funzionari sono in attesa di sapere cosa sarà di loro a partire dal 1 luglio. In particolare, il rischio è che in futuro non si consolidi la situazione attuale: il ministero è orientato a garantirlo, ma ad oggi i funzionari temono che le graduatorie per l’assunzione (basate su criteri di anzianità, curriculum e di un test) non assicurino di rimanere nella sede attuale, dunque potrebbe cominciare un balletto di trasferimenti con conseguente rallentamento dei lavori negli uffici.
Esiste poi una questione legata alle mansioni: i funzionari hanno chiesto garanzie di continuare a svolgere il loro ruolo di ausiliari dei giudici e di non venire di fatto destinati a funzioni amministrative, viste le scoperture di organico. Secondo fonti interne così dovrebbe essere, ma per ora tutto è ancora indefinito, graduatorie comprese. La richiesta è arrivata anche dall’Anm. In audizione, il presidente Giuseppe Tango ha chiesto certezze: “Si ribadisce la necessità che questi funzionari vengano stabilizzati integralmente, tanto più che verranno destinati anche al tribunale di sorveglianza, al Tribunale per i minorenni e ora si discute anche delle procure”.
Il 30 giugno, dunque, sarà uno spartiacque non solo formale: incassati gli obiettivi ma anche chiuso il rubinetto dei fondi europei, la domanda è cosa resterà davvero a terra in termini di vero efficientamento del sistema giustizia. Con il rischio concreto che - tolti gli investimenti, l’ansia da risultato e i correttivi sui dati - in poco tempo si regredisca al punto di partenza. Ufficio del processo, è scontro tra sindacati e ministero sul ruolo dei funzionari.










