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di Conchita Sannino

La Repubblica, 13 ottobre 2025

Al congresso delle toghe la platea rumoreggia alle parole del Guardasigilli. L’opposizione al governo “Basta usare la clava”. Campagna sul referendum. Prima lo scontro a distanza, il più diretto sul tema giustizia, tra il ministro Nordio e la segretaria del Pd Schlein: il Guardasigilli che si riscopre conciliante e chiede alle toghe “non gettatevi nello scontro politico, non facciamone uno scontro frontale”, e la segretaria che replica secca “proprio da voi l’appello? Proprio voi che usate la clava per delegittimare i magistrati e scardinarne l’autonomia”. Poi ecco il resto. Gli altri leader Conte e Magi che mettono in luce “gli aspetti liberticidi e antidemocratici di questa riforma”, delle “altre norme scritte solo per colpire gli avversari”, “l’insofferenza verso le magistrature, anche quelle europee”. Ma quello che resta, di questo quinto congresso di Area, le toghe progressiste riunite a Genova nell’autunno più caldo della magistratura italiana, è il fossato ormai scavato con il governo. E la determinazione a gettarsi nella lotta, altro che passo indietro.

Non dovremmo partecipare al dibattito, parlare con la gente? Al contrario, è il senso del lungo weekend di interventi e confronti, pur nei toni tesi ma composti. Messaggio che Area condivide con i vertici di Anm, Parodi e Maruotti, e che è sintetizzato in una delle analisi più applaudite al teatro della Tosse, firmata Giuseppe Santalucia: “C’è un ritorno preoccupante della ragion di Stato. Il tentativo di ridimensionare il diritto. Dicono: non fatene una contrapposizione politica? Ma cosa c’è di più politico di un testo blindato che cambia la Costituzione? Dicono: perderete a fare dissenso pubblico. Cosa c’è di meglio che riconquistare una legittimazione forte con la nostra comunità?”. Avanti tutta, quindi: obiettivo referendum.

Eppure l’esortazione del ministro della Giustizia, collegato da Lipari, partiva col piede giusto: “Mi preoccupa la chiamata alle armi, ma lo dico a tutti”, sottinteso ‘anche ai miei’, anzi “Meloni mi ha garantito che non ci sarà connotazione politica”. Vuole rassicurare: “finché ci sarò io, con questa riforma non esisterà un pm sottoposto al potere politico”, e la sala la prende male. Rumoreggiano, voci: “finché c’è lui?”, “il sistema democratico deve reggere per il futuro!”, “chi cambia la Costituzione pensa al biennio e chi se ne frega”.

Sarà Schlein, dal palco, a picchiare sulla riforma che prevede la separazione delle carriere tra pm e giudici, con i due Csm e il sorteggio per i suoi membri. “I veri obiettivi sono altri: delegittimazione a suon di insulti ai giudici, minare l’indipendenza e l’autonomia di tutte le toghe, incidere sulle garanzie dei cittadini”. Conte, subito prima, aveva messo nel mirino anche la proposta di legge sul conflitto di interessi “per escludere dai lavori in commissione antimafia due politici e giudici ‘nemici’ come Cafiero de Raho e Scarpinato, segnali inquietanti e norme liberticide”.

Sul palco anche l’adesione di Mi, con il procuratore di Crotone, Domenico Guarascio: “Vengo da un percorso diverso, ma questa riforma fa del male ai cittadini, e all’equilibrio tra i poteri, l’unità è doverosa”. Forti anche i toni dell’ex togato del Csm, Giuseppe Cascini: “Questa riforma è una scatola vuota, con uno slogan grande: spezzare le reni ai magistrati”. Si alternano i due laici del Csm, Giuffré (area FdI) che ribadisce il suo sì alla separazione, e Carbone (da Iv), che è duro contro il governo, voterà no e si lancia: “Vinceremo questo referendum” (con gesti indicibili in sala). In prima fila ecco anche Raffaele Piccirillo, ex capo di gabinetto della ministra Cartabia, toga contro la quale aveva inveito Nordio. “Qui è in discussione una conquista del secondo Novecento: il concetto che contro una legge ingiusta si può e si deve alzare la testa”.