di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 23 luglio 2025
Il Guardasigilli in Consiglio dei ministri dopo l’appello di Mattarella sul boom di suicidi: “Oltre 61 mila reclusi: uno su tre dipende da droga e alcol”. Nessuna “liberazione anticipata, lineare e incondizionata, suonerebbe come una resa da parte dello Stato liberare i detenuti solo perché c’è posto. Ma questo piano contiene numeri non solo buone intenzioni”. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha illustrato le misure contro il sovraffollamento delle carceri, prese in una giornata ad alta temperatura, non solo politica (a Roma, mentre al Senato passava la sua riforma sulla separazione delle carriere, si registravano 34 gradi).
Varie le decine di migliaia di nuovi posti da rendere disponibili e di detenuti che potrebbero accedere a misure alternative. Molte le condizioni affinché ciò avvenga in questa estate rovente. Perché, ha spiegato lo stesso Guardasigilli, “non abbiamo la bacchetta magica” e i problemi si sono stratificati “nei decenni, quindi servono anche soluzioni strutturali”.
“Prima si adeguavano i reati al numero di posti disponibili nelle carceri. Noi riteniamo, viceversa, che uno Stato giusto debba adeguare la capienza delle carceri al numero di persone che devono scontare una pena. Quindi finalmente certezza della pena”, dice soddisfatta la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, annunciando “mille extra assunzioni già nella prossima legge di Bilancio”.
Inoltre, aggiunge, “abbiamo approvato un provvedimento molto significativo, un disegno di legge che offre a una persona tossicodipendente che ha commesso reati, chiaramente correlati alla droga, la possibilità di espiare la pena fino al tetto di 8 anni di detenzione domiciliare all’interno di una comunità terapeutica e di iniziare un reale, verificabile, percorso di recupero”. L’obiettivo, chiosa Nordio, “non è solo lo sfoltimento ma il recupero delle persone”.
Però è anche la giornata in cui il ministro si toglie alcuni sassolini dalla scarpa e torna sulle polemiche di questi giorni. Muto in Aula, di fronte agli attacchi durissimi delle opposizioni, in conferenza stampa si è difeso dalle accuse di non tollerare critiche.
“Me ne hanno dette di tutti i colori, oggi, Scarpinato mi ha quasi dato del mafioso: affermazioni gravi e improprie, però è la politica”. E su Renzi - che lo ha accusato di essere stato, durante il caso Almasri, “manipolato” dal suo capo di gabinetto Giusi Bartolozzi - ha parlato di “caduta di stile”. E sui presunti silenzi: “Qualcuno dimentica che sono indagato, non mi si può chiedere da magistrato di violare il segreto istruttorio”.
Diverso, dice, il caso del magistrato Raffaele Piccirillo: “Primo dovere del magistrato è non parlare dei procedimenti in corso, cosa vietata dall’ordinamento giudiziario”. Come a dire: io non interverrò, ma l’azione disciplinare può essere esercitata anche dal procuratore generale. Definisce una “porcheria” anche il dover apprendere dai giornali “notizie riservate o segrete”, come è accaduto a Beppe Sala. Annuncia l’intenzione di una “revisione del segreto istruttorio. Non è colpa dei giornalisti, ma di chi le divulga. A Milano basterebbe applicare la legge per la divulgazione illecita le conseguenze dovrebbero esser quelle che non vengono mai adottate”.
Si dice contrario a intervenire ora sull’abolizione dell’impugnazione in secondo grado per chi è stato assolto in primo grado. Misura sulla quale la Lega preme, perché riguarda anche il processo Salvini Open Arms per il quale i pm sono ricorsi in Cassazione. “Intervenire ora sarebbe di pessimo gusto”, dice il ministro. Infine con i cronisti si concede anche qualche battuta: “Prima ero al bar ma bevevo un caffè. Fosse stato uno spritz, qualcuno si sarebbe arrabbiato”.











