di Donatella Stasio
La Stampa, 31 maggio 2024
Quando sono usciti dal Quirinale, la sera del 28 maggio, il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano avevano in tasca un testo sulla separazione delle carriere tra giudici e pm con numerose correzioni a matita blu. Nessuno dei due magistrati passati alla politica - il primo pm ormai in pensione; il secondo giudice fuori ruolo, con una lunga carriera politica alle spalle cominciata nel 1996 nelle file di An, Casa delle libertà, Nuova Italia e Fratelli d’Italia - era stato presente, la mattina dello stesso giorno, al cinquantesimo anniversario della strage fascista di piazza della Loggia a Brescia. Lì, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella aveva elogiato lo Stato democratico per aver fatto argine contro lo stragismo nero e aveva sottolineato l’importanza di aver avuto giudici e pm indipendenti, capaci di accertare i fatti “con precisione e responsabilità”, nonostante depistaggi e complicità istituzionali.
Un altolà a futura memoria su riforme che mettano a rischio quell’indipendenza, uno dei frutti migliori della Costituzione nata dall’antifascismo. Ma Nordio e Mantovano non c’erano, né hanno ascoltato, altrimenti, forse, sarebbero stati più cauti nel cercare dal Colle un qualche via libera - ad uso e consumo mediatico - a un testo che, per esigenze di propaganda elettorale, era diventato una vera e propria mina vagante per l’indipendenza della magistratura e, dunque, una provocazione dopo le parole di Mattarella a Brescia.
Ricapitoliamo i fatti: a fine aprile, tra le numerose bozze in circolazione, quella che sembrava destinata al Consiglio dei ministri era una versione soft della separazione, con un unico Csm diviso in due sezioni, una per i pm e l’altra per i giudici, e con il sorteggio temperato per la scelta dei membri togati, per cui dopo l’estrazione a sorte si sarebbe passati all’elezione dei sorteggiati. Il 3 maggio, però, dopo un vertice politico a palazzo Chigi, si decide di usare la riforma in chiave elettorale e, dunque, “O la va o la spacca”, per dirla con una delle celebri frasi della premier Giorgia Meloni, sia pure con il retropensiero di ammorbidirla in Parlamento. E allora ecco che i Csm diventano due e che giudici e pm vengono scelti con un sorteggio secco, mentre i laici continuano ad essere eletti dal Parlamento. Ed è questa la bozza che Mantovano e Nordio portano al Quirinale.
Come spesso è accaduto, l’assoluta mancanza di senso del “limite” di questo governo, lo costringe poi a fare marcia indietro, almeno parzialmente. Così è accaduto dopo quel breve passaggio al Quirinale. Impossibile chiudere gli occhi su più punti. Uno per tutte: la bizzarra disomogeneità genetica dei due Csm e dell’Alta Corte, che avrebbero avuto una parte rappresentativa (quella dei laici) e un’altra (quella dei togati) affidata invece al caso, cioè a un sorteggio secco, giusto per sancire una maggiore influenza politica sull’Organo di autogoverno della componente laica su quella togata, ferme restando le attuali proporzioni numeriche.
Che fare, allora? Governo e maggioranza non vogliono assolutamente rinunciare al sorteggio perché lo considerano l’antidoto (se non la “punizione”) contro le correnti - “gli ultimi partiti sopravvissuti”, dice Mantovano, cavalcando il sentimento populista antipartitico. Perciò, pur di mantenerlo in vita, nella notte del 28 maggio preferiscono estenderlo anche alla componente laica, ma in una versione temperata: in quel caso, infatti, il sorteggio avverrà all’interno di un elenco di persone precedentemente elette dagli stessi partiti. Ma se il governo di turno rivendicherà - come fa ora il centrodestra - la sua “prerogativa di dare le carte”, in quella lista ci saranno soprattutto nomi imposti dalla maggioranza. Dunque, resta lo sbilanciamento politico nei due Csm e nell’alta Corte disciplinare. Lo spot elettorale prevedeva poi che la separazione di giudici e pm viaggiasse insieme all’inserimento dell’avvocatura in Costituzione. Anche qui, marcia indietro del governo: quella promessa fatta agli avvocati sapeva troppo di misura elettorale più che di necessità diretta a garantire la parità delle parti nel processo, visto il rilievo che ha già, in Costituzione, il diritto di difesa e, dunque, il ruolo dell’avvocato.
Pur con le correzioni introdotte, il testo uscito da Palazzo Chigi resta preoccupante per i suoi possibili sviluppi sull’indipendenza della magistratura. Non si può escludere, infatti, che nel tempo si verifichi uno slittamento di fatto del pm nell’orbita della polizia perché, con la netta separazione delle carriere, il pm, sempre più legato alla polizia, sarà animato da una “logica di risultato” più che di giustizia. Oggi il pm, parte pubblica imparziale, non è vincolata al risultato ma alla ricerca della verità processuale e perciò è tenuto a cercare anche le prove in favore dell’indagato/imputato e a chiederne il proscioglimento quando le prove non ci sono. Così non sarà più con un pm parte del processo che cercherà a tutti il risultato della colpevolezza. Questo è un rovesciamento dell’attuale assetto costituzionale del pubblico ministero e soprattutto della cultura sottostante, che non è quella della polizia ma delle garanzie. Perciò sarebbe molto più proficuo puntare su una formazione continua dei magistrati, comune a quella degli avvocati, per irrobustire la cultura delle garanzie.
Quanto al sorteggio secco per scegliere i togati, è evidente che ha un significato soprattutto simbolico perché mortifica le toghe ritenendole inadatte a scelte responsabili dei componenti di un organo costituzionale. E non avrà alcun effetto sulle correnti, vista l’alta adesione dei magistrati (99%) all’Anm. Anche qui, come nel caso dei pariti politici, si butta via il bambino con l’acqua sporca, demonizzando e annientando il pluralismo culturale per l’incapacità di correggere le derive correntizie. Con questa riforma, il governo manda soprattutto un messaggio di delegittimazione della magistratura, in particolare del pm, e di sfiducia verso la giustizia.
Le toghe indipendenti sono “colpevoli” perché esercitano la loro naturale funzione “contromaggioritaria” di limite all’esondazione dei poteri dei governi di turno. Meloni e altri alti esponenti del governo non accettano questa funzione costituzionale della magistratura, tant’è che hanno spesso brandito la separazione delle carriere proprio come una punizione di fronte a sentenze sgradite.
Purtroppo, è attraverso messaggi delegittimanti come questi che in tanti paesi del mondo le democrazie sono regredite, come ha ricordato lo stesso Mattarella a Brescia. In quei paesi, i primi a finire nel mirino sono stati, insieme alle Corti costituzionali, i giudici indipendenti, anche attraverso la loro sistematica delegittimazione diretta ad alimentare la sfiducia dei cittadini nella giustizia. Ce lo hanno raccontato giudici ma anche avvocati ungheresi e polacchi. Perciò la carica simbolica di questa riforma è forse più grave delle sue singole norme, proprio perché punta ad erodere una cultura che è invece essenziale per arginare i tentativi di regressioni democratiche e che, da Brescia, Mattarella ci ha invitato a coltivare in difesa delle libertà e della democrazia.











