di Alessandro De Angelis
La Stampa, 27 marzo 2025
L’annuncio di tempi rapidi per la madre di tutte le riforme è una via di fuga rispetto al calvario libico ma l’autodifesa del Guardasigilli è pasticciata ed entra in contraddizione con le precedenti versioni. Deve aver imparato le abitudini della casa il guardasigilli Carlo Nordio. Che, dopo una sonnacchiosa mezz’ora di incomprensibili cavilli, suona la carica sulla “madre di tutte le riforme” - quella della giustizia - con coraggio temerario rispetto alla scaramanzia semantica. L’altra “madre” - il premierato - non ha avuto una fortuna commisurata all’enfasi dell’annuncio. Desaparecida. Un sussulto gladiatorio per reagire nell’arena a metodi da “inquisizioni” e “attacchi smodati e programmati”, anche a mezzo stampa. Ci mancano solo, per completare i topoi del melonismo ardito e irriducibile, la “schiena dritta” e la “testa alta”, contro chi vuole fermare il cambiamento.
In fondo c’è da capirlo Nordio, perché nel sussulto ci sono tante cose. C’è la riaffermazione, o almeno la parvenza, di un ruolo da ministro della Giustizia, rispetto a un bilancio finora piuttosto scarno, se si esclude il gioco di distrazione di massa della produzione di nuovi reati. È uno sfolgorante esempio di logica rovesciata rispetto a quando l’aspirante Cesare Beccaria della Laguna predicava contro il panpenalismo. C’è l’annuncio, incorporato, di tempi rapidi sulla riforma, in un giorno in cui tutto racconta di un’accelerazione: la commissione al Senato licenzia il testo e il ministro Luca Ciriani spiega in tv che, tecnicamente, si può andare a referendum entro la fine dell’anno. Che tradotto significa: dibattito chiuso e testo inemendabile. E c’è, ca van san dire, la via di fuga rispetto al calvario libico, oggetto della mozione di sfiducia dall’esito scontato. Lì i “titoli” di giornata sono assai più fiacchi, complice una difesa d’ufficio assai debole politicamente su un caso ampiamente metabolizzato, nel bene e nel male.
Guardatela, questa fotografia di giornata, il particolare che spiega il tutto, inteso come fuga dalle proprie responsabilità. Carlo Nordio, quando prende la parola, è solo tra i banchi del governo. L’unico che arriverà è proprio Ciriani, che per funzione (i Rapporti col Parlamento) è un po’ come la Croce Rossa: non può sottrarsi al soccorso, sempre e comunque. E non è una bella giornata per il governo perché, c’è poco da fare, i gladiatori non scappano, e quell’accusa di codardia, rivolta dalle opposizioni, è particolarmente urticante nell’immaginario di quel mondo. Che poi è questo il vizio d’origine della storia: la fuga, il non aver spiegato, politicamente e, come si ama dire “mettendoci la faccia”, quali erano le ragioni di sicurezza nazionale per cui si è scelto di rimpatriare Almasri, rivendicandole. È una storia di strambe ricostruzioni, di tentativi di spostare il bersaglio sui giudici, di assenza della premier dal Parlamento. Se possibile, l’ennesima difesa in Aula (di Nordio) è solo un ulteriore e ultimo sfoggio sofistico, che a debolezza politica aggiunge confusione di merito.
Da raccontare, oltre alla solitudine, c’è la postura da Azzeccagarbugli di pretura, con “codesto suo latinorum”, per citare l’originale letterario, e esempi pescati tra una ridda di fogli sul tavolo tra un “cionondimeno” un “ai sensi del comma bis”. Alla fine l’effetto è di un guardasigilli “lost in cavillo”. Che, rispetto alle precedenti e altrettanto sofistiche arringhe, si perde nelle contraddizioni delle versioni. Aveva sostenuto che via Arenula non era stata informata, ora afferma che “non poteva fare il passacarte” della Corte d’Appello. Quindi era stato informato, ma doveva fare “un’istruttoria”. Resta da spiegare perché, in attesa della fine dell’istruttoria, Almasri sia stato liberato, se non per quella scelta politica che però non si ammette. Poi: aveva sostenuto che l’atto della Corte penale internazionale era “viziato”, “praticamente nullo” e non tradotto in italiano. Ora ribadisce, citando la dissenting opinion della giudice Lieria, che ci sarebbe un difetto formale sulle date, ma non mette in discussione che Almasri è un criminale conclamato dal 2015: e dunque non si capisce perché è stato liberato se non si spiega che c’era un’esigenza superiore di sicurezza nazionale. Infine: viene rivendicato il diritto a non cooperare con la Cpi ma non per ragioni politiche. Anche qui: citazioni di giuristi, ognuno con la sua scuola di pensiero su questo o quell’aspetto. Insomma, un pasticcio. Fine dell’ultimo atto.











