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di Carmelo Palma

linkiesta.it, 18 luglio 2025

Chi si oppone a qualunque misura volta a ridurre la popolazione carceraria, invocando la certezza della pena, finisce per garantire un’altra certezza: quella della recidiva, tanto più inevitabile quanto più la carcerazione si fa afflittiva e disumana. Il problema del sistema di esecuzione penale in Italia non è la certezza della pena, ma quella della recidiva. Circa due detenuti su tre escono di galera per rientrarvi non troppo tempo dopo, mentre, tra quanti usufruiscono di misure alternative alla detenzione, il tasso di recidiva è di tre volte inferiore. Questi ultimi sono ovviamente un campione, per così dire, migliore, proprio per il fatto di non avere condizioni ostative, ed essere eleggibili a questi e altri benefici previsti dall’ordinamento penitenziario. Ma eleggibili lo diventano anche se la detenzione consente loro di diventare migliori di com’erano entrati.

Proprio questo, tuttavia, pur essendo il fine costituzionalmente preminente, sembra l’obiettivo meno condiviso, se non apertamente osteggiato, dai padroni della galera, cioè dalle principali organizzazioni criminali, che, quanto più gli istituti di pena sono degradati e corrotti, tanto più vi spadroneggiano e reclutano maestranze a prezzo di saldo, e dalle principali forze politiche da cui l’ordalia carceraria è considerata la forma più ammissibile, se non obbligata, di sacrificio umano, per soddisfare e circoscrivere quella strabordante domanda di violenza, che alligna nella democrazia dell’invidia e del rancore. Facendo i conti all’ingrosso, dei circa ventiquattromila detenuti con condanna definitiva che, al dicembre scorso, avevano meno di tre anni da scontare, circa sedicimila, rebus sic stantibus, sono destinati, presto o tardi, a rientrare in carcere.

Se questo è però un argomento per sostenere, come fanno i fanatici della certezza della pena, che misure deflattive speciali e automatiche - liberazione anticipata straordinaria o provvedimenti di clemenza - non hanno di per sé un effetto strutturale, non è neppure un argomento per illudersi, che sigillare tutti i detenuti in galera fino all’ultimo giorno di pena protegga meglio la società dalla recidiva criminale, rappresentando questa, al contrario, il prodotto più caratteristico di carceri sovraffollate e invivibili, senza spazio per alcuna iniziativa riabilitativa.

Al momento la discussione su un intervento legislativo che faccia fronte a una situazione fuori controllo è, nei fatti, una partita interna a Fratelli d’Italia, con il presidente del Senato Ignazio La Russa che ha richiamato l’obbligo, e non solo l’opportunità, della tutela della dignità dei detenuti da parte dello Stato, e il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che solo la scorsa settimana, rispondendo a un’interrogazione del senatore di Azione Marco Lombardo sull’estensione della misura della liberazione anticipata, proposta da Roberto Giachetti e Rita Bernardini, ha risposto che, dal punto di vista logico, si trattava di una “istigazione a delinquere”.

Eppure trattasi della stessa istigazione di cui lo stesso Nordio è stato per anni reo e recidivo, se pochi mesi prima di entrare in Parlamento e di lì subito in via Arenula diceva che: “in una visione liberale e moderna, il carcere inteso come manette, come catenaccio, come sbarre di acciaio, deve essere considerata una sorta di forma obsoleta di sanzione, non solo e non tanto perché è contrario a quella tendenza rieducativa della pena, che è scritta nella Costituzione, ma perché ha dimostrato di essere quasi un elemento criminogeno. (…) Bisogna orientarsi verso un diritto penale minimo e, soprattutto, verso un diritto penale che preveda come sanzione le varie “pene alternative” o “pene suppletive”, che siano alternative, appunto, al carcere. Si pensi ai lavori utili, agli arresti domiciliari, a tutte quelle forme che possano essere delle sanzioni vere, anche afflittive, ma che non confliggano né con il principio di tendenza rieducativa della pena né con quello della incapacità dello Stato di gestire una popolazione carceraria, che è incompatibile con le strutture che esistono in Italia”.

Era però - occorre dirlo - la stagione in cui questo garantista double face si impegnava a scalare i ranghi della politica facendo sfoggio di un’eccentrica trasversalità umanitaria - di qui il sostegno, ancora da magistrato in servizio, alle campagne sull’amnistia di Marco Pannella tra il 2013 e il 2015 - che adesso infastidirebbe il suo sopracciò Andrea Delmastro, il quale virilmente disprezza gli infedeli che vanno in pellegrinaggio alla Mecca dei detenuti e teorizza l’uso politico della galera senza respiro, come soddisfacimento sadico della parafilia securitaria.

Nonostante la chiusura ufficialmente opposta da Nordio alla sua proposta, Giachetti ha ostentato fino a pochi giorni fa ottimismo, confidando nella mediazione di La Russa per portare a casa un provvedimento non troppo distante da quello proposto, cioè un nuovo regime di liberazione anticipata in vigore per due anni, con un aumento da quarantacinque a settantacinque giorni di sconto di pena per ogni semestre di detenzione, calcolato retroattivamente per dieci anni. In questo modo, nel giro di pochissimo, il sistema penitenziario sarebbe tornato almeno alla sua capienza regolamentare.

L’intervista di ieri di Nordio al Corriere della Sera - no a provvedimenti di clemenza, no alla liberazione anticipata - ha chiuso, nei fatti, la partita, ufficializzando che a comandare, sul tema, dentro il Governo e FdI è sempre il sottosegretario alla galera, di cui il ministro della Giustizia è una sorta di segnaposto o prestanome, per ragioni di presentabilità sociale.

Quello che Nordio propone in alternativa alla liberazione anticipata e all’indulto è un programma straordinario di misure alternative per i detenuti meritevoli con meno di ventiquattro mesi da scontare, affidate alla valutazione dei giudici di sorveglianza. Una proposta pure restrittiva rispetto alla situazione esistente - alle misure alternative possono già accedere, oggi, se meritevoli, tutti i detenuti fino a tre anni di pena residua - e perfino provocatoria nella sua impraticabilità, considerando che, attualmente, nell’imbuto dei tribunali di sorveglianza finiscono bloccati per svariati mesi, quando non per anni, procedimenti che, a termini di legge, dovrebbero arrivare a decisione entro quarantacinque giorni.

Semplicemente manca chi, dentro e fuori dal carcere, sia in grado di smaltire tutto il lavoro che questi procedimenti comportano, ma si fa finta di credere che, per risolvere il problema, basti un abracadabra legislativo e tanta buona volontà.

Nordio ha paradossalmente le sue ragioni a sostenere che non si possono dare tutte le colpe al sovraffollamento. In dieci anni il sovraffollamento è passato dal centootto per cento al cento trentatré per cento (quando l’attuale Governo è entrato in carica era del centodiciassette per cento), ma la letalità del carcere (somma dei morti per suicidio, overdose, violenze, cause naturali o non determinate) è raddoppiata. A metà di luglio del 2025 i morti in carcere hanno già superato quelli dell’intero 2026 (cento trentaquattro contro centoundici). Come titolava un libro dell’associazione Nessuno Tocchi Caino, in Italia si è passati dalla pena di morte alla morte per pena.

Tutto ciò non significa però che il sovraffollamento non concorra all’emergenza, bensì che altre cause vi si aggiungono, rendendola, a un tempo, più mortifera e più criminogena, senza renderla neppure più economica, visto che tenere una persona in carcere costa circa centocinquanta euro al giorno e che, per costruire nuovi istituti, la spesa media supera i centocinquantamila euro a posto letto, mentre, con poche decine di euro al giorno, si possono attivare percorsi alternativi alla detenzione.

Dunque, è vero, non si può dare la colpa di tutto al sovraffollamento delle celle. Le colpe sono tutte, sovraffollamento compreso, di una politica in cui la pena ha assunto una funzione liturgica, e la galera è diventata uno spettacolo di consumo collettivo, e la recidiva è dunque un affare. L’emergenza è la gallina dalle uova d’oro del business della galera, sia di quello legale (cioè politico-elettorale), sia di quello illegale (cioè affaristico-criminale), uniti in un’inossidabile convergenza di interessi.