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di Francesco Bechis

Il Messaggero, 23 marzo 2025

Il Guardasigilli annuncia di voler ripristinare l’illecito disciplinare per le toghe che ledono “credibilità e decoro” della magistratura. Lo sciopero? “Inopportuno”. Magistrati schierati, che dibattono e parlano in pubblico. Fuori dai ranghi e dai denti. Magari scagliandosi contro il politico di turno su Twitter, Instagram o Facebook. Ora basta, batte i pugni il Guardasigilli Carlo Nordio. Il governo valuta un inasprimento delle sanzioni disciplinari contro le toghe “di parte”. Non sono voci di corridoio. Ma un annuncio scritto nero su bianco dal ministro della Giustizia. Che ha preso carta e penna e ha risposto a un’interrogazione parlamentare firmata da Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia al Senato.

“Resta tema centrale per questo governo l’eventuale reintroduzione nel nostro ordinamento, tra i doveri del magistrato, del divieto di tenere comportamenti, ancorché legittimi, che compromettano la credibilità personale, il prestigio e il decoro del magistrato o il prestigio dell’istituzione giudiziaria” scrive Nordio in una missiva letta in anteprima dal Messaggero.

Decoro, prestigio, credibilità. In una parola: terzietà. Chi viene meno a questo sacro dovere, paga. Appena due settimane sono trascorse dal vertice fra la premier Giorgia Meloni e il presidente dell’Associazione nazionale magistrati (Anm) Cesare Parodi. E il clima che si respira non è esattamente idilliaco. Nordio torna sullo sciopero del 27 febbraio. La protesta che ha visto incrociare le braccia migliaia di giudici da Nord a Sud contro la riforma della separazione delle carriere è stata “inopportuna”, riflette il ministro di Fratelli d’Italia, un passato da pm. Scrive proprio così: “Appaiono assai inopportune le partecipazioni dei magistrati a convegni in sedi di partito come pure l’astensione del 27 febbraio scorso, indetta dall’Associazione Nazionale Magistrati contro il disegno di legge costituzionale che riforma la magistratura”.

Scintille, di nuovo. Nordio in verità non fa che ripetere quanto ha detto nei mesi scorsi. Peraltro, fra tanti caveat. “Non si tratta di disconoscere ai magistrati, in quanto cittadini, i diritti di libertà di manifestazione e di partecipazione politica - precisa - salvo chiedere che “questi diritti siano esercitati tutelando i principi, pur’essi costituzionali, di imparzialità della magistratura e di leale collaborazione tra le istituzioni”.

Però il ministro si fa capire, eccome. “Le legittime opinioni del magistrato, anche su temi politicamente sensibili, non devono essere espresse in modo tale da fare dubitare della sua indipendenza e imparzialità nell’adempimento dei compiti a lui assegnati”. Insomma occorre prudenza, avvisa le toghe, quando si parla in pubblico di politica. Magari sui social network, o a un convegno, o peggio ancora a “un evento di partito”.

È quanto va denunciando da mesi Meloni. Che si è sfogata nel vis-a-vis (non proprio disteso) con l’Anm del 5 marzo per “i ripetuti attacchi” personali via social da giudici che poi si esprimono su provvedimenti del governo. Ad esempio, annullando la convalida dei trattenimenti dei migranti nei centri in Albania. È nata da qui l’ultima, profonda frattura tra poteri dello Stato, aspettando la Commissione europea che forse scioglierà il rebus pubblicando la lista sui “Paesi sicuri” di provenienza. Su questo si incentra l’interrogazione di Gasparri da cui prende le mosse Nordio. Il veterano forzista denuncia “le sentenze, a giudizio dell’interrogante, imbarazzanti, in tema di immigrazione” e chiede al titolare di via Arenula di assumere “ogni iniziativa utile volta a porre fine alle costanti e imbarazzanti ingerenze delle citate componenti della magistratura”. Per tutta risposta Nordio fa sapere che il governo valuterà una revisione delle sanzioni disciplinari.

Quale? Il ministro fa riferimento a una legge del 2006 approvata dal governo Berlusconi, firmata dall’allora Guardasigilli Castelli e abrogata pochi mesi dopo dal successore Mastella. Ebbene, fa sapere citando la norma battezzata quasi vent’anni fa dal Cavaliere, il governo potrebbe tornare a includere “tra i doveri del magistrato” tutti i comportamenti che ledono “la credibilità personale, il prestigio, il decoro del magistrato o il prestigio dell’istituzione giudiziaria”. Pena multe e provvedimenti.

Il perimetro è evidentemente più ampio dell’imparzialità e della terzietà del giudice, criteri già previsti dall’attuale ordinamento. Di qui i dubbi da sciogliere. È una violazione del “decoro” e della “credibilità” di un magistrato un tweet, un post sui social particolarmente duro contro il capo del governo o un suo ministro? Magari se poi lo stesso giudice deve esprimersi su una norma del governo? È illecito lo stato whatsapp critico sul “vocione rabbioso” di Meloni pubblicato da Antonella Marrone, magistrato che mesi dopo ha bloccato i trasferimenti in Albania?

Nordio si riserva di restringere il campo in futuro con una rimodulazione “aderente al principio di tipicità degli illeciti disciplinari”. Intanto il dossier è sulla sua scrivania. Materia politicamente delicata, nitroglicerina pura. Risale a novembre il blitz in Cdm, poi rinviato su consiglio del sottosegretario Alfredo Mantovano, con una norma che chiedeva ai giudici di “astenersi” per ragioni di “convenienza” quando si trovano a giudicare provvedimenti su cui già si sono sbilanciati in pubblico. Questione di tempo prima che la normativa sugli illeciti disciplinari torni in discussione. Sotto lo sguardo vigile del Colle che osserva con una certa preoccupazione questo interminabile duello tra poteri dello Stato.