di Liana Milella
La Repubblica, 4 ottobre 2024
Bavaglio alla stampa, abuso d’ufficio soppresso, legge Severino in bilico, stretta sulle intercettazioni, sempre a favore dei colletti bianchi. E poi separazione delle carriere e sorteggio al Csm. È un piacione, ed è galante con le signore. Sarà per questo che c’è chi lo definisce “uno dei ministri più attivi”. Difficile da sostenere, visto che a suo nome in due anni di governo c’è una sola legge in vigore dal 25 agosto, quella sull’abuso d’ufficio, i cui segnali nefasti si cominciano già a vedere. Toccherà alla Consulta metterci mano. Attivo lo è sicuramente sul fronte delle polemiche, e delle incongruenze.
Lui che ha vestito la toga è, sempre e comunque, contro i suoi colleghi. Tranne quelli di Magistratura indipendente, la sua corrente preferita, tant’è che ci ha riempito il ministero, e si prende pure gli applausi a scena aperta quando va a un convegno di Mi e promette che riconoscerà alle toghe l’indennità di malattia, da sempre un cavallo di battaglia per questo gruppo. Avendo un posto libero tra le mani, quello di Garante dei detenuti, ci ha messo uno che era proprio di Mi. Anche se subito sono partite le contestazioni sulla sua incompatibilità - lo denunciano nell’ordine Antigone, il Pd, le Camere penali, Magistratura democratica mentre tra i giuristi serpeggiano i dubbi - visto che da anni è un dipendente del Dap, cioè la struttura di cui dovrebbe controllare i comportamenti.
Ma è davvero un ministro “attivo”, efficiente, pronto a essere là dove la necessità lo richiede, sopra le parti, com’è necessario che sia un Guardasigilli rispettoso della Costituzione? Vediamo un po’, alla luce della catastrofe che si sta abbattendo e rischia di colpire ancora più duramente la magistratura italiana, e quindi i cittadini italiani, nell’arco di poco tempo.
Facendosi bello del suo inglese fluently corre a Londra all’inaugurazione dell’Anno giudiziario, ma non risulta che corra altrettanto velocemente nelle carceri dove non solo ci sono finora 72 suicidi di detenuti e 7 di agenti penitenziari, ma anche tragiche condizioni di vita. Lui non lo fa, e mediaticamente non c’è neppure notizia che lo faccia, con la necessaria frequenza, il suo capo delle galere Giovanni Russo in carica dal gennaio 2023.
E sia. Non manca intervista in cui non affermi che non si può sollevare una questione di costituzionalità sul soppresso abuso d’ufficio. Perché, a suo dire, il reato non c’è più e quindi non può essere rimesso in pista. Da Perugia, con il timbro del tribunale di Firenze, è già partito un ricorso. Altri se ne annunciano. Sarà la Corte a decidere se quel vuoto di tutela è costituzionale oppure no, a meno che non venga riempita di giudici filo Meloni. Altrimenti vorrebbe dire che le decisioni di un governo e di un Parlamento sono del tutto insindacabili. E si può cancellare d’emblée l’intero codice. Non basta. Perché anche la stretta sul traffico d’influenze è già stata contestata dalla procura di Foggia.
Ma andiamo avanti. L’unica legge di Nordio, gli otto articoli della sua creatura sull’abuso d’ufficio che per fortuna ha impiegato più di un anno per essere approvata, contengono un’altra norma scriteriata, l’obbligo per il pubblico ministero di interrogare il suo potenziale arrestato. E già questo sta creando problemi perché in un’inchiesta su un gruppo di spacciatori far conoscere le carte significa di fatto intorbidire gli alibi e scatenare intimidazioni. In più di un’audizione il pericolo era stato paventato.
Qui la contraddizione è più manifesta. Perché lui, con il collega ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, firma pure il disegno di legge sulla sicurezza in cui proliferano una ventina di reati improbabili, tant’è che l’ex presidente delle Camere Penali Gian Domenico Caiazza, sull’ultimo inserto “PQM”, di cui è direttore e che esce sul Riformista, sabato 28 settembre titola il suo editoriale “L’inganno securitario”, con il sottotitolo “Sicurezza-za-za!”, e irride a una legge “inutile e pericolosa”, “ una lenzuolata social di reati e aggravanti à go-go”. Un’uscita che previene la mossa dell’Unione delle Camere Penali che annunciano lo stato di agitazione e attaccano duramente un testo “di matrice securitaria, sostanzialmente populista, profondamente illiberale e autoritario, caratterizzato da uno sproporzionato e ingiustificato rigore punitivo nei confronti dei fenomeni devianti meno gravi e ai danni dei soggetti più deboli”. Dentro c’è anche la norma che mette in carcere i figli con le detenute madri. E Nordio, il garantista Nordio, firma proprio questa legge che avrà un unico effetto, riempire le galere mentre lui non riesce neppure a ridurre gli oltre 60mila detenuti che già sono costretti a viverci.
In compenso si preoccupa di un’altra legge che da sempre disturba gli amministratori locali, la Severino, che li costringe a dimettersi se vengono condannati in primo grado. Ed ecco il solerte ministro pronto a ripetere, ancora il 2 ottobre, che “va modificata perché confligge con il principio di presunzione di innocenza” in quanto “il fatto che una persona venga estromessa dalla vita politica per una condanna che non è nemmeno definitiva mi ha lasciato sempre molto perplesso”.
E qui sta la sorpresa. Quali sono le persone che Nordio non vuole mandare in cella? I colletti bianchi o i poveracci? Sicuramente la prima categoria. Un obiettivo che non è solo suo, ma anche dei “garantisti” di Forza Italia. E anche di Fratelli d’Italia che prima di mandare Meloni a palazzo Chigi erano per il “tutti in galera”. Ma ora non lo sono più. Come dimostra l’annuncio della stretta sulle intercettazioni che diventeranno possibili solo fino a 45 giorni, a meno che non si tratti di reati gravissimi, e poi l’impossibilità di intercettare il difensore con il suo cliente, e ancora quella di tagliare gli ascolti con il Trojan, come ha suggerito il neo forzista Enrico Costa.
E proprio grazie a Costa, che l’ha proposto a dicembre scorso, sta per scattare il bavaglio sulla stampa che dovrebbe essere indigesto per un Guardasigilli ex editorialista di un quotidiano. Vietato pubblicare l’ordinanza di custodia cautelare. Nonostante, ancora durante le audizioni alla Camera del 2 ottobre, la Fnsi, l’Ordine dei giornalisti, l’Anm, Ossigeno, l’avvocata Caterina Malavenda, nonché M5S con dozzine di quesiti, e quattro colleghi che da anni fanno cronaca giudiziaria (Lirio Abbate, Paolo Biondani, Luigi Ferrarella, Mario Lillo) abbiamo chiarito che la direttiva sulla presunzione d’innocenza del 2016 non chiede affatto una norma che, come dice il presidente dell’Ordine Carlo Bartoli “è liberticida e ci avvicina alla Turchia”. Un intervento “per smantellare i contro poteri che garantiscono la democrazia” per la segretaria della Fnsi Alessandra Costante. Un provvedimento “che si fa mentre l’Europa non ce lo chiede, mentre non si fa quello che l’Europa ci chiede, come le norma contro le querele temerarie” ripete ancora una volta il presidente della Fnsi Vittorio Di Trapani. A chiedere il bavaglio resta solo il presidente dell’Unione delle Camere penali Francesco Petrelli che vorrebbe pure “sanzioni disciplinari, amministrative, reputazionali, condanne per danno civile”. Ci manca solo il taglio della testa. Ma l’avvocata Malavenda gli ricorda che “la presunzione d’innocenza è tutelata meglio dalla pubblicazione integrale dell’ordinanza”.
E Nordio? È per il bavaglio. Dev’essere per questo che Silvio Berlusconi, tra i suoi ultimi atti politici, ha dato il via libera alla sua nomina. Sta realizzando quello che lui non era riuscito a portare a casa. Restringere al massimo le intercettazioni, mettere sotto schiaffo la magistratura con la separazione delle carriere, con il sorteggio per il Csm, con la sistematica delegittimazione dei magistrati che sul campo cercano di fare il loro lavoro. Il caso Toti ne è una prova.
Carlo Nordio è un ministro “attivo”? Sicuramente sì. Lo è nell’attaccare gli ex colleghi che non lo hanno mai né amato, né considerato uno di loro. Bastava farsi un giro, all’epoca, quando in tutta Italia fiorivano le inchieste su Tangentopoli. Ciliegina sulla torta è quel ripetere che sul caso Palamara “è stato messo un coperchio frettoloso”. Un’implicita e dura critica a Sergio Mattarella che di quel Csm era il presidente e aveva in David Ermini un vice che non faceva un solo passo senza il suo consenso. Cosa avrebbe voluto Nordio, forse la decapitazione dei magistrati che parlavano con Palamara? Compresi quelli che poi lui si è portato al ministero? È uno spettacolo triste vedere un ex magistrato che evidentemente dentro di sé conserva un’acredine repressa verso chi faceva il suo lavoro, al punto da delegittimarli con le leggi che fa e le cose che dice.










