di Francesco Bechis
Il Messaggero, 24 marzo 2026
Imminente un incontro tra Meloni e il sottosegretario, il passo indietro non è tabù. Il freno del Guardasigilli sulle prossime mosse giudiziarie: “Ordinaria amministrazione”. È la serata dei lunghi sospiri a via Arenula. Riecheggiano quelli di Carlo Nordio per i corridoi del ministero della Giustizia. Deluso, amareggiato per la battaglia della vita infranta contro il muro delle urne. Ci ha messo la faccia e la firma. Non intende dimettersi, il Guardasigilli, ma è pronto a farlo qualora glielo chiedessero. Trema tutto il ministero del resto dopo l’inciampo elettorale.
Il ministro segue lo spoglio dalla sua stanza, poi si confronta con i collaboratori. Andrea Delmastro, il sottosegretario nel ciclone per l’affare “bistecche” - la quota di un ristorante in società con la figlia di un “prestanome” della malavita - si connette a metà pomeriggio. C’è anche Giusi Bartolozzi, la capo di gabinetto e pasionaria della riforma diventata protagonista di questa campagna elettorale per le uscite border-line contro i magistrati.
Chi paga il conto? Dai piani alti di Fratelli d’Italia frenano, negano scossoni alle viste. Ma la difesa d’ufficio dell’amico e collega Delmastro si fa sempre più flebile, man mano che il caso giudiziario si ingrossa. Galeazzo Bignami, capogruppo alla Camera, si affaccia ai microfoni del Tg La7 quando lo spoglio è appena iniziato e la mette così: “Delmastro? Faremo le nostre valutazioni. Mi sembra complesso dire che è il risultato è colpa di una sola vicenda, per quanto molto sottolineata dalla stampa…”. Non proprio una muraglia intorno al sottosegretario a capo della polizia penitenziaria. Si aggiunge Giovanni Donzelli: “Delmastro e Bartolozzi? Credo che singoli casi non abbiano condizionato, perché il risultato è così netto che non si tratta di singoli casi” spiega il capo dell’organizzazione del partito di via della Scrofa a Cinque Minuti su Rai 1, “certamente, se ci sono state delle sbavature nella campagna elettorale, ovviamente hanno pesato”.
Ecco, le sbavature. A Palazzo Chigi nessuno intende incolpare della sconfitta il sottosegretario “leggero” (copyright Meloni) e la capo di gabinetto di Nordio, che vede nelle toghe “un plotone di esecuzione”. Però, è la linea, una riflessione al ministero andrà fatta. La posizione di Delmastro, per il momento ancora difeso dagli uomini e le donne nella tolda di comando di FdI (nei giorni scorsi ha sentito Arianna Meloni), comunque si complica. La premier gli ha fatto scudo in tv, ma se dovessero emergere elementi dalle indagini giudiziarie - ora indaga anche la procura di Torino - tali da mettere in crisi la versione dei fatti di “Delma”, un passo indietro, o di lato che dir si voglia, non sarebbe più escluso. Affatto. E già nelle prossime ore la leader e il suo ex avvocato e sottosegretario potrebbero incontrarsi a tu per tu.
Quanto a Bartolozzi, il tempo dirà. Già in occasione dell’imprudente intervista a Telecolor dove ha dato giù contro i magistrati “da togliere di mezzo” (poi ha ritrattato) ai piani alti del governo c’era chi aveva auspicato un cambio della guardia. Magari affidando un dipartimento del ministero a Bartolozzi e liberando il posto di capo gabinetto per Antonio Mura, attuale capo del legislativo, anche lui magistrato. Ora il dossier torna sul tavolo. Archiviata la separazione delle carriere - e i decreti attuativi che da mesi erano pronti nei cassetti e lì resteranno - l’obiettivo è traghettare il ministero della Giustizia fino alla fine della legislatura senza minarne le fondamenta.
E il primo passo è mettere in freezer, fino a ordine contrario, i tanti provvedimenti che il centrodestra ha proposto in questi mesi e su cui lavoravano gli uffici legislativi di via Arenula. La riforma della prescrizione, la nuova disciplina sulla custodia cautelare. E ancora, battaglie identitarie di Forza Italia come la legge per indicare alle procure quali sono i reati da perseguire per primi e quali invece quelli meno urgenti. Senza contare la proposta cara a Nordio di mettere paletti all’uso del Trojan, il captatore telefonico delle procure, limitando queste intercettazioni ai reati violenti, alla mafia e al terrorismo. Vaste programme.
Resterà sulla carta, salvo ripensamenti, perché la premier non intende imbarcarsi subito in una nuova avventura giudiziaria sposando le tesi dell’ala ultra-garantista del governo. “Ora ordinaria amministrazione” sospirava ieri Nordio a chi lo cercava al telefono. Assunzioni, carceri, sicurezza. Ovvero anche, d’intesa con il Viminale, il piano per detenere i migranti irregolari nei Cpr albanesi finché non sono rimpatriati. Un piano mai decollato anche per i continui stop dei tribunali italiani che non hanno convalidato i trattenimenti.
Andrà anche peggio di qui in avanti, sembra dire fra le righe il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari commentando il referendum con l’Ansa. “Il risultato è quello di legittimare una azione della magistratura su una serie di temi che per gli italiani oggi sono dirimenti” spiega. Insomma il secondo tempo del match con le toghe deve ancora iniziare. “Noi vediamo che l’azione del governo spesso viene rallentata sul fronte di immigrazione e sicurezza da decisioni che la magistratura non condivide e che potrebbero essere rafforzate in futuro. Questa è una delle principali preoccupazioni”.









