di Mario Di Vito
Il Manifesto, 21 maggio 2025
L’affondo del ministro dopo un commento sulla sentenza Open Arms. Per il ministro della Giustizia Carlo Nordio, la libertà d’espressione di un magistrato è in contrasto con la terzietà che la sua funzione giurisdizionale impone. Lo apprendiamo leggendo la risposta del Guardasigilli a un’interrogazione del forzista Maurizio Gasparri, che sollevava questioni di opportunità su un commento scritto su Avvenire dal giudice Luigi Patronaggio - pg alla Corte d’appello di Cagliari - sul tema della sentenza di Palermo per il caso Open Arms, quella che ha assolto Matteo Salvini dall’accusa di sequestro di persona.
Secondo Nordio, “l’imparzialità della decisione deve declinarsi anche sotto il profilo della sua apparenza, imponendo sobrietà, irreprensibilità e riservatezza dei comportamenti individuali, così da evitare il rischio di apparire condizionabili o di parte”. Purtroppo, prosegue il ministro, “non può non constatarsi che sempre più frequentemente singoli esponenti dell’ordine giudiziario ritengono di poter assumere pubblicamente posizioni politiche o di poter partecipare ad iniziative su temi politicamente sensibili, con un atteggiamento di forte contrapposizione all’azione di governo”. Sul merito della vicenda, comunque, Patronaggio si era difeso dicendo che il suo commento era “un ragionamento tecnico rivolto ad un pubblico, non necessariamente” con “considerazioni giuridiche che trovano riscontro in precise sentenze della Cedu, della Corte Costituzionale, della Corte di Cassazione e in talune pronunzie dei giudici di merito sul tema dell’immigrazione clandestina e sul rispetto dei diritti fondamentali dei migranti”.
Un’opinione che in tutta evidenza non ha convinto Nordio, che ribadisce la necessità di rimettere mano alle sanzioni disciplinari per le toghe, cosa che verrà fatta con la riforma della giustizia che intende separare le carriere dei magistrati requirenti e giudicanti. “L’intervento di riforma - dice il ministro nella sua risposta a Gasparri - attribuisce, infatti, alla legge ordinaria il compito di determinare gli illeciti disciplinari, le relative sanzioni, la composizione dei collegi e le forme del procedimento disciplinare nonché di stabilire le norme necessarie per il funzionamento dell’Alta Corte”. Questa ennesima sottolineatura di Nordio sul tema, inevitabilmente, fa rumore nel momento in cui si discute di riforma della giustizia e le toghe hanno già cominciato la loro campagna contro i piani del governo, in attesa del referendum costituzionale per il quale l’Associazione nazionale magistrati ha già annunciato che costituirà un comitato per il no.
Il tema dell’imparzialità del giudice e della sua libertà di opinione non è nuovo, anzi, in realtà se ne discute più o meno dall’alba della Repubblica. La metafora più usata è quella della moglie di Cesare, che non deve solo essere imparziale, ma anche apparirlo. Il motto, tuttavia, non tiene conto dei numerosi problemi sorti nella storia recente sui “cittadini al di sopra di ogni sospetto”, quelli cioè che si guardano bene dall’esternare le proprie idee, ma poi magari le inseriscono nei loro atti d’indagine e nelle loro sentenze.
“A me pare che la imparzialità del magistrato si debba verificare nel processo e nella motivazione delle decisioni - commenta Giovanni Zaccaro, segretario di Area democratica per la giustizia -. A me pare che la sobrietà e la irreprensibilità nei comportamenti pubblici sia un dovere di tutti coloro che agiscono per lo Stato, per i magistrati come per i politici. Preoccupa che il ministro agiti il manganello disciplinare per i magistrati che partecipano, con la dovuta continenza, al dibattito pubblico in materia di giustizia e diritti. Sarà forse che ha paura che qualcuno spieghi ai cittadini perché la giustizia funziona male e perché la riforma Nordio è pericolosa?”.











