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di Enrica Riera

Il Domani, 20 luglio 2025

Le esternazioni del guardasigilli creano malumore nel governo. Che non può scaricarlo. Il sindaco indagato lunedì parlerà in aula. Carlo Nordio è dall’inizio della legislatura croce e delizia di Giorgia Meloni. Gaffeur semiprofessionista (contro le intercettazioni disse che i mafiosi non usano più il telefonino, si scoprì che Matteo Messina Denaro ne possedeva diversi durante la latitanza), re dei pasticci del caso dell’oligarca russo Artem Uss e della vicenda Almasri che ha portato pure la premier ad essere iscritta nel registro degli indagati, il ministro della Giustizia resta un intoccabile. Anche quando, da una piscina con Alfonso Signorini al Forte, attacca la magistratura a una manciata di giorni dal voto finale in Senato sulla riforma della giustizia.

Dopo le ultime esternazioni del guardasigilli Carlo Nordio - che senza freni inibitori ha sparato a zero sul Csm e su un magistrato che ha osato criticare le sue scelte sul torturatore libico - a Palazzo Chigi le sono bocche sono cucite. L’ordine è quello di non commentare le parole del capo del dicastero di via Arenula che, per le sue riforme - basti pensare all’abrogazione dell’abuso di ufficio - è il simbolo delle battaglie garantiste della destra.

Chigi si imbarazza - Tuttavia fonti accreditate spiegano a Domani che proprio in quei corridoi le uscite semi-eversive del ministro (che di fatto ha intimato silenzio ai giudici rei di lesa maestà, e ignorato - nel caso Open Arms - le norme della Costituzione che prevedono la possibilità per accusa e difesa di ricorrere in appello, hanno creato nuovi imbarazzi. “Meloni è nera”, viene riferito a questo giornale. Anche, sempre in base a quanto si apprende, all’ennesimo strafalcione istituzionale non esiste nessuna via di fuga.

Nemmeno un eventuale provvedimento di rinvio a giudizio di Nordio da parte del tribunale dei ministri porterebbe il governo a scaricare il Guardasigilli, le cui sparate sono mal tollerate, ma il cui ruolo resta centrale, anche perché la riforma della separazione della carriere dei magistrati sarà l’unica tra quelle messe in cantiere a vedere la luce prima della fine della legislatura. Non solo: pensionare Nordio per questioni giudiziarie implicherebbe dover dare una spiegazione sul perché il governo invece protegge la ministra del Turismo Daniela Santanchè, afflitta da uno e più guai giudiziari, e il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, condannato in primo grado per rivelazione di segreto. L’iper garantismo meloniano, di fronte all’inchiesta di Milano che ha travolto la giunta del sindaco Beppe Sala, non è infatti convinzione culturale della premier, ma è figlia delle contingenze: chiedere all’opposizione dimissioni per avvisi di garanzia o sentenze giudiziarie rischia di diventare un suicidio politico comunicativo.

Caos a Milano - Lunedì intanto per il primo cittadino sarà il giorno della verità. Sala, come annunciato all’indomani dell’inchiesta coordinata dall’aggiunta Tiziana Siciliano, riferirà in consiglio comunale. Resistere o lasciare? Proseguire fino al 2027, anno di scadenza naturale del mandato, o andare a elezioni anticipate? Un dubbio che probabilmente ha trovato soluzione dopo tre giorni di incontri serrati con i partiti della sua maggioranza e con l’assessore alla Rigenerazione urbana Giancarlo Tancredi, per cui i magistrati hanno chiesto gli arresti domiciliari e che invece va verso le dimissioni.

Per lo stesso Tancredi, di cui i pm meneghini rilevano i conflitti di interesse rispetto alla gestione della cosa pubblica, è stato fissato a mercoledì l’interrogatorio preventivo davanti al gip. Due dirigenti del Comune di Milano, invece, sono stati già ascoltati nei giorni scorsi come testimoni. Segno di come l’inchiesta che conta ben settantaquattro indagati, accusati a vario titolo di corruzione, falso e induzione indebita a dare o a promettere utilità, sia solo all’inizio. Così, mentre alcuni tra gli iscritti “eccellenti”, come l’imprenditore di Coima Manfredi Catella, mette in dubbio attraverso una nota la ricostruzione dei fatti da parte della procura milanese, il dibattito politico sulla vicenda impazza.

E c’è chi, tra le fila di Fratelli d’Italia, ne approfitta per rilanciare. “Noi continuiamo a dire che Beppe Sala è un pessimo sindaco ma è innocente fino a prova contraria. Lo ha ribadito anche il presidente La Russa - ha detto il vicecapogruppo di FdI alla Camera, Alfredo Antoniozzi - Dovrebbe dimettersi solo ed esclusivamente sul piano politico, perché, come dice Giorgia Meloni, non basta un avviso di garanzia per essere colpevoli. Il Pd, purtroppo, non ha usato lo stesso metodo contro Giovanni Toti, contro Daniela Santanché, Andrea Delmastro e Roberto Occhiuto, invocando le dimissioni subito e solo per motivi giudiziari”. Questione di contingenza?