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di Ermes Antonucci

Il Foglio, 12 maggio 2026

Il centrodestra non ha alcuna intenzione di rimangiarsi la riforma garantista del 2023 contro la pratica delle intercettazioni a strascico, nonostante l’allarme lanciato dal procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo nei giorni scorsi. Con una lettera inviata al Guardasigilli Carlo Nordio, al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e alla presidente della commissione Antimafia Chiara Colosimo - lettera poi finita magicamente sulle pagine del Corriere della sera - Melillo ha denunciato che l’effetto della riforma delle intercettazioni (varata dal governo nell’agosto 2023) “si è rivelato oltremodo grave e allarmante, in ragione dell’obiettivo arretramento della linea di efficacia delle investigazioni in materia di criminalità organizzata e terrorismo”.

Di conseguenza, il capo della Dna ha chiesto una “riflessione urgente sulle criticità riscontrate”. Al centro della denuncia di Melillo c’è la modifica al codice di procedura penale che ha ristretto le possibilità di utilizzo dei risultati delle intercettazioni per reati diversi da quelli per cui sono state disposte, con l’obiettivo di impedire la prassi delle intercettazioni a strascico.

I quotidiani hanno rilanciato con grande enfasi l’allarme di Melillo, così come i puntuali attacchi al governo da parte delle opposizioni (Pd, M5s e Avs hanno chiesto congiuntamente un’informativa urgente ai ministri Nordio e Piantedosi sulla questione).

C’è da ricordare però un aspetto, che è stato del tutto ignorato sia dai mezzi di informazione sia dal dibattito politico: il centrodestra non ha realizzato alcuna riforma per restringere le intercettazioni. Semplicemente, nell’agosto 2023 il governo con un decreto (il n. 105), poi convertito in legge, ha ripristinato la normativa che era in vigore fino al 2020, cioè fino a quando il secondo governo Conte (quello giallorosso), sull’onda manettara grillina, era intervenuto con un decreto per estendere oltremodo l’utilizzabilità dei risultati delle intercettazioni in procedimenti diversi. Nella sostanza, M5s e Pd col decreto legge n. 161 del 2019, avevano dato riconoscimento legislativo alla pratica della “pesca a strascico”, in cui i pm svolgono per mesi intercettazioni cercando prove su un determinato reato (chiedendo e ottenendo continue proroghe dai gip), e poi finiscono per trovare elementi di interesse per altri procedimenti penali già esistenti che nulla hanno a che vedere con le originarie ipotesi di reato che hanno portato ad autorizzare le intercettazioni. Così la prima autorizzazione del giudice diventa nella pratica una sorta di “autorizzazione in bianco” a eseguire intercettazioni.

Nel 2023, dunque, il centrodestra è intervenuto per riportare la materia nell’ambito della civiltà giuridica. Come? Semplicemente riportando le lancette dell’orologio alla normativa del 2020, cioè prima della riforma giallorossa, stabilendo che i risultati delle intercettazioni possono essere utilizzati in procedimenti diversi da quelli nei quali l’intercettazione è stata disposta soltanto se risultano “indispensabili per l’accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza”.

L’allarme lanciato ora da Melillo appare quindi paradossale: non risulta, infatti, che con la normativa in vigore prima del 2020 - e ripristinata dal governo Meloni - la lotta alla mafia sia stata limitata (e infatti nessun allarme era stato lanciato).

Ben consapevole di tutto ciò, il ministro Nordio ha risposto a Melillo dicendosi disponibile ad “affinare la normativa vigente”, sottolineando però che per farlo “è essenziale disporre anzitutto di dati circa le fattispecie di reato, oggi escluse dalla utilizzabilità delle intercettazioni svolte in procedimenti diversi”. Nordio sfida quindi Melillo a fornire i dati in questione, sapendo che l’allarme lanciato dal capo della Dna non è suffragato da numeri, non solo consistenti ma anche soltanto degni di nota.