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di Tiziana Maiolo

Il Riformista, 21 gennaio 2023

Ma il problema è sempre lo stesso, ieri come oggi, e si chiama corporazione dei magistrati, soprattutto della parte più reazionaria e controriformista cui appartengono alcuni dei più famosi procuratori. Cui va aggiunta la piccola combattiva truppa di quegli ex che non sopportano l’idea di essere pensionati e poi anche di quelli che sono transitati in Parlamento con i Cinque Stelle. Tutti costoro non vorrebbero cambiare mai niente, nell’amministrazione della giustizia, aggrappati come sono alla forza straordinaria che il mondo della politica ha regalato loro fin dai tempi di Mani Pulite. E stiamo parlando di trent’anni fa. Un tempo lungo quasi quanto la latitanza di Matteo Messina Denaro, anni durante i quali qualcosa però è cambiato, e almeno se ne parla. Al termine di un lungo commento su Repubblica ieri Stefano Folli lo ha detto esplicitamente. Sono proprio le ultime tre righe, ma sono anche quelle che ti rimangono in mente, al termine della lettura: “..nessuno può sottovalutare il potere vero della magistratura e la sua forza anche mediatica”. Il che vuol dire teniamone conto, non lo dimentichi neppure il ministro. Ma nello stesso tempo si mette anche in guardia il lettore dal fatto che in democrazia mai toghe e divise dovrebbero aspirare al potere, e men che meno afferrarlo anche quando viene loro servito su un piatto d’argento, come accaduto in Italia.

Ma viviamo in un paese in cui un direttore di giornale come Travaglio con gli ufficiali di complemento Gomez e Padellaro può addirittura permettersi di raccogliere le firme per far dimettere un ministro, oltre a tutto appena nominato. La cosa dovrebbe fare un po’ ridere, in quanto si tratta di firme del nulla, perché dovrebbero servire, un domani a promuovere un referendum abrogativo di riforme future. Campa cavallo, ma i furbini sanno bene che un po’ di tagliagole pronti al tifo da stadio per introdurre anche da noi qualche sistema iraniano lo troveranno tra i propri lettori. Ma c’è poco da ridere visto che il guardasigilli è già sbattuto sul banco degli imputati, anzi decisamente già in gabbia, visto il livello delle accuse messe sul piatto. L’imputato Nordio dovrà rispondere soprattutto di istigazione a delinquere solo per aver avuto il coraggio di dire al Parlamento di svegliarsi, di smettere di essere “supino” davanti ai pubblici ministeri. Viene accusato di aver pronunciato a voce alta quel che la maggior parte dei politici da anni sussurra nei corridoi e nel transatlantico di Montecitorio.

Il coraggio di Nordio spaventa le toghe. Perché sanno che un ex pubblico ministero che per 40 anni ha conosciuto dall’interno della corporazione più controriformatrice ogni battito, ogni sospiro, ma anche i complotti e le tentazioni “golpistiche”, non è un interlocutore da sottovalutare, soprattutto da avversario. Soprattutto perché, dopo l’uscita dei due libri di Palamara e Sallusti, tanti cittadini si sono fatti sospettosi, non credono più alla neutralità delle toghe, guardano con diffidenza quella bilancia che dovrebbe rappresentare l’imparzialità dei giudici, ne hanno capito il ruolo politico. E non giovano alla reputazione delle toghe vicende come quella che ha visto come protagonista un eroe di mani Pulite come Piercamillo Davigo e neppure il fatto che un altro pm della procura di Milano come Fabio De Pasquale sia processato a Brescia perché sospettato

Dice le cose come stanno, vuol davvero fare le riforme. Ma soprattutto conosce i suoi ex colleghi pm e al Parlamento ha detto: basta subalternità. Per questo il ministro fa paura e contro di lui è partito un assalto feroce di aver danneggiato nel processo Eni, nascondendo prove a loro favorevoli, gli imputati che oltre a tutto sono poi stati assolti. E’ davanti a questa tipologia di pubblici ministeri che il Parlamento vuol continuare a essere supino?

E inoltre: dobbiamo lasciare le cose come stanno, quando un eroe di quei Ros che hanno anche arrestato Messina Denaro, uno come Mario Mori ha sofferto per 17 anni processi e accuse ingiuste e ingiuriose, e altre persone per bene estranee ai processi.

Il problema politico oggi non è dunque quello della tenuta del ministro sui propri principi giuridici, perché qualche compromesso, come lui stesso ha detto, dovrà trovarlo. E non è neanche quello della tenuta della maggioranza, perché se sorprendentemente la premier ha voluto proprio lui, l’ex procuratore aggiunto di Venezia che non ha mai celato il proprio pensiero dietro nessuna forma di opportunismo, questo significa quanto meno che Giorgia Meloni ha in mente un piano di riforme sulla giustizia. Pur non coincidendo il suo pensiero totalmente con quello del guardasigilli da lei stessa scelto. Il punto sta in quelle tre righe finali dell’editoriale di Folli: nessuno può sottovalutare il potere vero della magistratura e la sua forza anche mediatica. E’ su quello che la politica deve oggi misurare la propria forza. Occorrerà essere politicamente armati, cioè rivendicare l’autonomia del Parlamento, e abbandonare la subalternità alle toghe. Non facile. spetta di fornire una risposta.