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di Marco Grasso

Il Fatto Quotidiano, 18 agosto 2024

Il ministero (bocciato dalla Corte) dà l’ok al rimpatrio di Hichem Riah, mentre in Senato si discute del Piano Mattei sull’energia. È inizio agosto, e a Portofino siamo nel pieno della stagione balneare. Fra la folla di turisti la polizia ferma un uomo in vacanza. Non ha il phisique du rôle del latitante: ha pernottato in un hotel con i suoi documenti, come farebbe chiunque non abbia nulla da temere. Eppure su Hichem Riah, 46 anni, rifugiato in Svizzera da anni, pende una nota dell’Interpol e un mandato di cattura internazionale. L’Algeria, il Paese in cui è nato, lo cerca per eseguire una sentenza per omicidio: un agguato a coltellate avvenuto al termine di una rissa. La condanna prevede la pena di morte.

Questa circostanza per le autorità elvetiche è già stata ritenuta sufficiente per concedere a Riah lo status della protezione internazionale. Rimandare un condannato a morte nel suo Paese è una condizione espressamente vietata dalla legge italiana, da sentenze della Cassazione e della Corte Costituzionale. Ma per il governo Meloni sembra non essere un problema se a chiederlo è l’Algeria, primo fornitore di gas dopo l’invasione russa dell’Ucraina, oltre che alleato cardine nella lotta agli sbarchi e nel cosiddetto Piano Mattei. Il ministero della Giustizia, a sorpresa, smentendo persino se stesso, si pronuncia a favore dell’arresto e sembrerebbe pronto a consegnare il ricercato accontentandosi della buona volontà espressa solo a parole dalle autorità nordafricane: Algeri da molti anni sostiene di non applicare più pene capitali, ma sul punto non ha ancora sottoscritto questo impegno con l’Italia. Ragione per cui la Corte d’Appello di Genova, accogliendo la richiesta della Procura generale, bastona il ministero e dispone la scarcerazione immediata di Riah. Il diretto interessato, senza farselo ripetere due volte, ha rimesso in valigia i bermuda e si è dato alla macchia.

La vicenda è stata discussa durante un’udienza pochi giorni fa. Per perorare la causa dell’estradizione, il ministero, pur ammettendo l’assenza di un accordo bilaterale, aveva sostenuto che in Algeria non si eseguono pene capitali dal 1993 e si era riservato di chiedere garanzie ad Algeri. “È una rassicurazione che non vale niente - spiega Stefania Fiore, avvocato di Riah - se un domani cambiasse il governo, quella parola potrebbe venire meno. Per non parlare delle condizioni di detenzione. Non era stato considerato, inoltre, che si tratta di un richiedente asilo a cui la Svizzera aveva riconosciuto la protezione internazionale”.

Per la Procura generale di Genova, anche la detenzione cautelare, in queste condizioni, è del tutto illegittima. In condizioni simili l’estradizione è espressamente vietata dalla legge italiana. Ed è persino in contraddizione con le posizioni ufficiali del governo italiano. Da anni Roma e Algeri tentano invano di chiudere un accordo bilaterale. A far discutere è proprio l’articolo 5 della bozza di trattato, cioè quello sulle estradizioni. Una prima versione, si fermava a “subordinare l’estradizione” a condizione che l’Algeria si “impegnasse a raccomandare al capo dello Stato la commutazione della pena di morte con altra specie diversa”. La raccomandazione non era abbastanza per l’Italia, e a valle di una fitta corrispondenza diplomatica, la nuova bozza, in discussione al Senato, prevede che l’estradizione sia concessa a patto che “la pena di morte non sia applicata”. A comunicarlo al suo omologo algerino, in una lettera inviata il 29 settembre 2023, era proprio il ministro Carlo Nordio. Per tutte queste ragioni la Corte d’Appello venerdì ha disposto la scarcerazione immediata di Riah.

Il caso, a dir poco imbarazzante per l’esecutivo, avviene sullo sfondo del Piano Mattei, che vede proprio nell’Algeria uno dei più preziosi alleati con cui il governo Meloni sta stringendo accordi in tema di lotta all’immigrazione clandestina, cooperazione energetica, industriale e agroalimentare. Una ritrovata amicizia suggellata da un viaggio che ha portato la premier ad Algeri nel gennaio del 2023. Una missione celebrata da una “conferenza stampa” in cui, in pieno spirito del tempo, non erano ammesse domande da parte dei giornalisti.