di Simona Musco
Il Dubbio, 21 maggio 2026
Le linee guida resistono alle pressioni esterne: solo piccoli emendamenti per evitare ricadute organizzative. Voto finale in plenum il 3 giugno. “Sulla protezione reputazionale non arretriamo”. Le pressioni esterne non hanno funzionato. Il Csm non ha alcuna intenzione di riscrivere le regole anti-gogna, né di rinunciare all’obbligo di rettifica contestato da diversi procuratori. Magistrati che, stando a quanto trapela, si sarebbero lamentati soprattutto a mezzo stampa, e non direttamente coi consiglieri togati, gettando comunque una parte di Palazzo Bachelet nel panico. Una reazione passeggera: alla fine è bastato proporre cinque emendamenti mirati per lasciare il testo intatto nella sostanza, correggendo il tiro esclusivamente laddove si rischiavano cortocircuiti organizzativi. Nessun “autobavaglio”, dunque, ma regole che consentano di non trasformare la doverosa comunicazione giudiziaria in una sentenza prima del processo, mentre i giornalisti continueranno a ricevere gli atti come sempre è accaduto, persino laddove si era tentato di evitarlo con leggi specifiche.
La delibera, alla fine, non è stata discussa ieri. Il Plenum ha infatti accolto la richiesta di un rinvio di cortesia avanzata dal procuratore generale Pietro Gaeta, al quale difficilmente qualcuno avrebbe opposto resistenza per una questione di etichetta. Gaeta ha annunciato di voler presentare tre emendamenti che riguardano il rapporto tra delegato alla comunicazione e dirigente dell’ufficio. “Ritengo che la possibilità di approfondire un tema così delicato, una materia dalla cifra tecnica assai elevata e complessa, in cui occorre bilanciare valori all’apparenza antitetici, richieda una attenta meditazione - ha dichiarato -. Questo approfondimento si rende necessario anche per i colleghi che ne prendono atto soltanto oggi”. Il rinvio consentirà “uno studio più approfondito del testo alla luce delle proposte emendative” e “di procedere a una discussione successiva cognita causa, in modo decisamente più sistematico, approfondito e, di conseguenza, responsabile”. Secondo fonti consiliari, l’idea di Gaeta sarebbe quella di far sì che ogni passaggio chiave della comunicazione giudiziaria - dall’archiviazione cronologica dei comunicati alla trasmissione delle notizie e delle decisioni ai giornalisti - preveda una preventiva condivisione con il dirigente dell’ufficio nel caso in cui tali compiti siano stati delegati ad altri magistrati o addetti. L’obiettivo è garantire che il capo dell’ufficio mantenga l’ultima parola e il controllo finale su tutto ciò che viene diffuso all’esterno.
Insomma, chi sperava in un ritorno in Commissione per stravolgere regole che tutti i gruppi hanno vidimato e accettato (la proposta era passata all’unanimità) si è sbagliato. Anche perché in quelle regole il Csm sembra credere profondamente, per andare oltre la tutela costituzionale della presunzione d’innocenza e approdare ad una tutela più ampia che ingloba anche la reputazione. Un argine alla comunicazione digitale, difficilmente gestibile senza regole che agiscano alla base. La discussione è rinviata al 3 giugno, giorno in cui è prevista anche la discussione sul “nuovo” Testo Unico. Tanta carne al fuoco, dunque, ma questo passaggio potrebbe essere cruciale per il futuro della comunicazione giudiziaria, che vive, al momento, di una spettacolarizzazione che spesso fagocita diritti e dignità.
I ritocchi suggeriti per impattare positivamente sulla gestibilità quotidiana degli uffici porta la firma dei consiglieri di Unicost Marco Bisogni, Roberto D’Auria, Michele Forziati e Antonino Laganà, dell’indipendente Roberto Fontana e della togata di Magistratura democratica Domenica Miele. I nodi principali sono stati sciolti attraverso una riscrittura mirata dei punti più critici, ma solo per evitare possibili effetti indesiderati in termini pratici e non ingolfare la macchina delle procure. I tempi dei processi sono infatti lunghi ed era oggettivamente difficile pretendere un monitoraggio automatico e costante su ogni fascicolo da parte degli Uffici. L’emendamento 4 ha risolto la questione alla radice, introducendo una distinzione netta: l’obbligo di aggiornamento scatta esclusivamente se il comunicato iniziale sull’indagine conteneva l’individuazione nominativa delle persone coinvolte. Se c’è il nome, la fase delle indagini preliminari deve essere monitorata anche d’ufficio per comunicare eventuali revoche, annullamenti o archiviazioni. Per le fasi successive, invece, come nel caso delle assoluzioni o dei proscioglimenti dibattimentali, l’onere dell’aggiornamento si attiva solo su richiesta del diretto interessato. Eliminata, dunque, la formula troppo ambigua che parlava di “altri sviluppi di segno significativamente diverso”, sostituendo il vincolo della “rigorosa simmetria informativa” con un più flessibile principio di “proporzionalità informativa” rispetto alla notizia iniziale. Questo azzera le critiche relative a ingiuste conseguenze civili o disciplinari, poiché il magistrato risponderà solo in caso di ingiustificato rifiuto.
Parallelamente, l’emendamento numero 1 ha cassato il riferimento all’obbligo di istituire “strutture centralizzate” per il rilascio di comunicati e copie, un’incombenza che avrebbe appesantito le strutture giudiziarie. Il testo finale rimette tutto sotto la diretta responsabilità del dirigente dell’ufficio, blindando il principio per cui il regime di pubblicità e il rilascio di copie sono esclusivamente quelli già previsti dal codice di procedura penale, fermi restando i divieti imposti dall’articolo 114 c.p.p.. Per evitare l’overdose amministrativa paventata dai capi degli uffici, l’emendamento numero 5 ha poi eliminato l’obbligo di redigere periodicamente un dossier riepilogativo dell’attività di comunicazione svolta, alleggerendo i carichi burocratici interni. Infine, con l’emendamento numero 3, è stato eliminato un intero blocco di norme sulla polizia giudiziaria che rappresentava un mero duplicato normativo. Un altro emendamento, infine, riguarda la correzione di semplici refusi. Superati questi scogli organizzativi, spiegano dal Csm, ogni eventuale polemica sarà soltanto di natura filosofica: sul piano pratico non ci saranno ricadute paralizzanti per le procure. Se ci sarà discussione il 3 giugno, fa sapere un consigliere togato, sarà solo sui massimi sistemi. Insomma, i “ribelli” sono avvisati: ogni bocciatura sarà letta come un tentativo per mettere i bastoni tra le ruote a una riforma che la maggioranza del Consiglio considera di buon senso. Altro che bavaglio.











