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di Marco Consoli


La Repubblica, 21 luglio 2021

 

Kamzy Gunaratnam, 33 anni, fuggì dall'isola gettandosi in acqua. Racconta la sua vita e spiega perché è pericoloso considerare l'assassino un mostro. Quando abbiamo saputo dell'esplosione a Oslo mi sono preoccupata di rassicurare i ragazzini che erano con me nell'isola di Utøya, dove si svolgeva il campus estivo della sezione giovanile del Partito laburista norvegese, perché ero una dei dirigenti ed erano sotto la mia responsabilità.

Qualche ora dopo abbiamo sentito dei botti sull'isola, e ci siamo avvicinati ai rumori, perché pensavamo fossero fuochi d'artificio. Subito però abbiamo incontrato decine di altri ragazzi che scappavano nella nostra direzione, dicendo che un poliziotto stava sparando e uccidendo tutti. In casi del genere puoi restare paralizzato dalla paura, cercare di combattere o nasconderti.

Io ho scelto di scappare: ho messo il cellulare in modalità silenziosa dentro il reggiseno e sono fuggita verso la riva". Kamzy Gunaratnam, 33 anni, oggi vicesindaco di Oslo e candidata alle prossime elezioni parlamentari di settembre, era a Utøya il 22 luglio di dieci anni fa. "Fuggivo e sentivo i colpi di arma da fuoco e il tonfo delle persone che crollavano a terra, e quando sono stata vicino al lago ho deciso che se dovevo morire preferivo affogare. Così mi sono tuffata e ho nuotato finché, all'improvviso, ho visto una barca. Poi mi hanno portata in un hotel dove radunavano i sopravvissuti".

 

Che cosa è accaduto dopo?

"La gente piangeva e urlava e io non volevo stare lì. Volevo dormire, mi sembrava tutto assurdo. Quando mi sono svegliata e ho sentito delle decine di morti sono rimasta scioccata. Poi ricordo in tv le parole del premier Jens Stoltenberg: la nostra risposta sarà più apertura e maggiore democrazia, perché sono l'esatto contrario di ciò in cui crede Breivik".

 

Cosa ha pensato quando ha conosciuto le farneticanti motivazioni della strage?

"Non ricordo esattamente, ma tre giorni dopo mi hanno intervistata in tv e ho detto che non odiavo Breivik, ma provavo pietà per lui. Perché le sue idee ci potranno anche sembrare folli, ma lui non è un mostro, è una persona come noi e un prodotto della società. Anche lui è stato un bambino che giocava con altri bambini. Se si riduce tutto al fatto che è matto, come faremo a evitare che un altro come lui cresca nella nostra società?".

 

Ha mai parlato con Breivik?

"Ho scritto un libro che si apre con una lettera che Breivik ha scritto nel gennaio 2020 a me e ad altri parlamentari in cui presenta le proprie scuse. Sostiene di aver cambiato le sue idee da posizioni di estrema destra ad una, diciamo, più moderata. Così nell'ultimo capitolo gli ho scritto a mia volta più o meno queste parole: "Ho letto la sua lettera e volevo farle sapere come lei abbia traumatizzato me e un'intera generazione che non si sente più al sicuro. Anche se lei parla di supremazia bianca io sono meglio di lei, perché lavoro per creare una società aperta che includa anche quelli come lei, quindi non ha nulla da insegnarmi"".

 

Fuori dalla Norvegia la pena di 21 anni è stata giudicata troppo lieve. Breivik tra 11 anni potrebbe uscire dal carcere. Come la fa sentire?

"La prigione deve punire, ma allo stesso tempo bisogna reinserire i criminali nella società quando hanno scontato la pena. Certo, da vittima, trovo un insulto l'idea che possa girare a piede libero, ma io devo ragionare da politica. Quando nel 2015 sono diventata vicesindaco di Oslo ho detto che Breivik dovrebbe andare a lavorare in uno di quei centri che accolgono gli immigrati, perché solo così potrebbe cambiare la propria prospettiva".

 

Di recente il primo ministro Erna Solberg ha dichiarato che la Norvegia ha un problema di razzismo strutturale. Lei che è arrivata a tre anni come rifugiata dallo Sri Lanka che ne pensa?

"Quando avevo sette anni due ragazzini più grandi mi spalmarono la faccia di neve cercando di lavare via il colore della mia pelle. All'epoca però non avevo l'età per capire quel tipo di attacco, proseguito in maniera più sfumata nella mia vita da adulta. Ora la mia autostima mi permette di ignorare tutto ciò. In Norvegia non c'è l'apartheid e non tutti sono razzisti. Ma il razzismo diventa strutturale quando la cultura discriminatoria si ripete e non si fa nulla per contrastarla. I razzisti spesso non conoscono persone diverse da sé, e aprirsi e conoscere gli altri e il mondo è l'unico modo di cambiare le cose".

 

Crede che i social media siano parte del problema?

"Oggi puoi pubblicare tutto quel che ti passa per la testa in pochi secondi senza filtro. Credo che il problema sia che la gente non ha più il tempo di riflettere prima di esprimersi".

 

Alcuni cittadini di Utøya si sono opposti alla costruzione di un memoriale per le vittime. L'odio si propaga più facilmente anche perché dimentichiamo in fretta?

"Dobbiamo ricordarci di chi è morto e sapere perché è morto. Penso che alcuni norvegesi non vogliano ricordare perché è difficile ammettere che Breivik è uno di noi e che qualcosa di orribile può accadere anche nel nostro Paese".

 

Nel documentario lei sembra molto forte, uscita quasi indenne da quei tragici eventi. Posso chiederle qual è il peso che si porta addosso a distanza di 10 anni?

"Mi sento in colpa per essermi tuffata e non aver salvato molti ragazzi che non hanno voluto nuotare con me. E da quel giorno non posso più entrare in un luogo chiuso senza controllare dove sono le vie d'uscita. Ricordo di essere andata al cinema un paio d'anni fa con un'amica e averle detto come se fosse una cosa normale: se qualcuno inizia a sparare dobbiamo correre da quella parte".