di Elton Kalica
Ristretti Orizzonti, 26 gennaio 2015
Dato che di solito, quando ho un giornale in mano, mi limito per lo più ai titoli e mi fermo a leggere solo gli articoli che trattano il tema della giustizia, potrei essere considerato uno di quei noiosi lettori monotematici della stampa quotidiana. Una curiosità, la mia, determinata dalla mia lunga conoscenza del sistema penitenziario italiano, e dal mio attuale lavoro di giornalista.
Se fare informazione sul carcere non è facile, leggere come gli organi di informazione raccontano quello che succede nelle carceri mi causa spesso un sentimento di frustrazione. Un sentimento che ho provato anche in questi giorni.
L'agente picchiato
Pochi giorni fa sul Mattino di Padova è apparso un articolo che parlava di un "agente picchiato..." e raccontava un episodio avvenuto all'interno del carcere riferendosi a dettagli forniti da un comunicato stampa di un sindacato della polizia penitenziaria.
Vedo le galere da 18 anni. Prima come detenuto e poi da volontario. Non so cosa prova una persona "normale" alla lettura di un articolo così, ma a me ha fatto raddrizzare le antenne del sospetto. L'articolo diceva che l'agente era stato preso a calci e pugni da un detenuto, dopo che aveva scoperto che il suo televisore era stato modificato per attività illecite.
Certo le risse ci sono perché la convivenza forzata e la ristrettezza a volte esaspera i rapporti tra gli uomini. Tuttavia, il sistema di premialità, che vige in carcere, funziona abbastanza bene. Se il detenuto infrange qualsiasi regola, perde i 45 giorni di sconto di pena previsti per ogni sei mesi di pena scontata, e per chi ha una lunga condanna da scontare, ottenere 45 giorni ogni sei mesi è un buon motivo per comportarsi bene.
Discutere animatamente con un agente in carcere è un fatto grave, ma succede. Solo che spesso l'agente scrive poche righe per fare un rapporto disciplinare al comandante del carcere su quella discussione, e addio ai 45 giorni di libertà. Se invece scappa una parolaccia, il comandante procede spesso con la denuncia penale ed è molto probabile che si venga condannati per direttissima per offesa a pubblico ufficiale. In questo caso, perdi facilmente anche tutto lo sconto di pena eventualmente ottenuto, e non puoi chiedere alcuna misura alternativa.
La storia del televisore "modificato" mi ha fatto ricordare una cosa che avevo ormai rimosso. Lo facevo anch'io quando ero detenuto. Avevamo i mangianastri e ascoltavamo le cassette che ci mandavano da casa con le cuffie. Le casse non si potevano comprare, e noi avevamo scoperto che tagliando i fili delle cuffie e infilandoli dietro il televisore, nella porta destinata ad ospitare il decoder, il flusso audio passava dal mangianastri alle casse del televisore facendo ascoltare a tutti la stessa cassetta.
Sicuro che dietro l'aggressione ci fosse un motivo più grave del televisore, ho ascoltato in redazione il racconto di alcuni detenuti su cosa fosse successo. Secondo loro, l'agente stava facendo la solita battitura: si tratta di battere con un ferro contro le sbarre per capire dal suono che non siano state segate. In una delle celle aveva visto il filo delle cuffie attaccato al televisore. Quindi aveva detto al detenuto di togliere il filo, il detenuto si era rifiutato, sostenendo che non stava facendo nulla di male. L'agente a quel punto aveva staccato lui stesso il filo, che era stato preso a sua volta dal detenuto. Ne era nato un "tiro alla fune" che aveva visto vincitore il detenuto. Mentre all'agente era rimasta una strisciata sulla mano.
Certo, è solo la versione dei detenuti, ma è totalmente diversa dal comunicato del più forte sindacato di Polizia Penitenziaria, e di conseguenza, dagli articoli di giornale che ne sono seguiti. La cosa meriterebbe però di essere approfondita.
La "rivolta" dei detenuti di Padova
Due giorni dopo "l'agente preso a calci e pugni", alcuni sindacati della polizia penitenziaria denunciano un altro gravissimo episodio. Con toni particolarmente allarmanti si informa di una rivolta nel quarto piano della Casa di reclusione di Padova messa in atto da circa sessanta detenuti, di cui molti inneggiavano ad Allah e all'Isis. Di nuovo nella cronaca del "Mattino di Padova", ma anche di altri giornali, appaino articoli che riportano integralmente interi comunicati stampa di alcuni sindacati di Polizia Penitenziaria. Il caso assume dimensioni nazionali, compresa una interrogazione parlamentare.
Decidiamo di approfondire e durante l'ultima riunione di redazione chiamiamo dei detenuti del quarto piano e chiediamo se avevano una idea di cosa fosse accaduto. Stando al racconto, alla mattina c'era stata una perquisizione nelle celle del quarto piano, e in una cella un agente aveva trovato un secchio di frutta marcia. L'agente aveva accusato di voler distillare la frutta per produrre grappa. Di fronte alla sua intenzione di fare rapporto, ne era nata una discussione con due detenuti, uno italiano e uno romeno, che cercavano di sminuire la gravità del fatto. Alla fine l'agente aveva scritto il rapporto e i due ormai aspettavano l'immancabile sanzione disciplinare.
Nello stesso reparto, alla sera, un detenuto si era sentito male, pare si fosse tagliato, e si era accasciato per terra. Altri suoi compagni avevano chiamato in cerca di aiuto, ma i soccorsi non arrivavano. I due detenuti puniti alla mattina, carichi anche di rabbia per la punizione, insieme ad altri si erano affacciati al cancello del reparto e avevano iniziato a urlare contro quella che secondo loro era una inerzia voluta dell'agente di turno. A quel punto l'agente aveva chiamato i rinforzi poiché, vista la rabbia dei detenuti, non se la sentiva di entrare in reparto.
Poco dopo era arrivata una squadra di agenti. Dopo aver portato via la persona che stava male, gli agenti avevano ordinato ai detenuti di rientrare nelle celle, ma alcuni di loro si erano rifiutati chiedendo di parlare con il comandante. Temendo qualche azione di forza, qualcuno aveva rotto un tavolo e teneva una gamba in mano come arma. Ma alla fine i detenuti si erano convinti a rientrare nelle proprie celle. Poi i racconti parlavano di rappresaglie nei confronti dei due detenuti più violenti, ma l'azione collettiva dei detenuti si era conclusa.
Certo, anche qui si tratta della prospettiva dei detenuti, che forse dovrebbe essere presa con le pinze. Tuttavia ci sono molti elementi che rendono degna di attenzione questa versione. C'è da menzionare che qualche articolo ha timidamente dedicato poche righe alla risposta fornita da chi sta conducendo le indagini. Ebbene, anche gli inquirenti negano ogni coinvolgimento di detenuti arabi e di manifestazioni di stampo islamista, così come negano che ci siano agenti ricoverati.
Come dicevo prima, raccontare il carcere non è facile per un giornalista. Tuttavia ci sono tanti modi per informarsi, e limitarsi a riportare integralmente un comunicato del Sappe, così come riportare integralmente la versione di un detenuto, non è un buon giornalismo.
Allora, noi che abbiamo imparato a fare informazione guardando il mondo attraverso le sbarre vorremmo che anche i giornalisti fuori imparassero a mettersi nei panni di chi sta dentro, e raccontassero il carcere in modo diverso. Ad esempio hanno parlato tutti di scontri e di feriti, ma non mi pare che qualcuno abbia chiesto al medico del carcere di confermare quanti agenti e quanti detenuti contusi ci sono stati.
Il rischio di tornare indietro di quindici anni
Solo una settimana fa abbiamo organizzato in carcere un Seminario di aggiornamento per i giornalisti di cronaca nera e giudiziaria, e come ogni anno, invitiamo i giornalisti a studiare e a documentarsi quando scrivono di persone condannate e di esecuzione delle pene. Sono pochi a conoscere la lunga strada di battaglie fatte fino ad ora per conquistare piccoli spazi di vita dignitosa all'interno delle carceri. Dopo dieci anni e più di continui "allarmi sociali" e di "pacchetti sicurezza", negli ultimi anni abbiamo visto un cambio di rotta: un minor uso del carcere inteso come unica pena per qualsiasi reato e una tendenza ad umanizzare le carceri e a renderle più trasparenti. È naturale che qualche agente non sia d'accordo e che desideri tornare a un carcere più chiuso. Però ci sono anche molti più agenti che hanno capito come un carcere aperto significa avere detenuti più responsabili che usciranno meno arrabbiati. Pertanto, dare spazio a richieste che vogliono tornare a chiudere ancora più a lungo i detenuti nelle celle, oppure usare come titolo la richiesta di armare gli agenti con spray urticante, significa mettere a rischio tutto il processo di umanizzazione della detenzione.











