di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 9 giugno 2019
Mobilitazione sulla chat interna dell'Anm dopo l'allontanamento del pm della Dna per un'intervista. Un altro caso spinoso per il Consiglio superiore. "In mezzo a questa bufera cerchiamo di non disperderci e difendere chi lo merita", ha scritto un giovane giudice che lavora nel civile. Un appello per Nino Di Matteo, il pm della procura nazionale antimafia espulso dal pool d'indagine sulle stragi per un'intervista.
"Il Csm e l'Associazione nazionale magistrati prendano posizione", ha scritto un altro giudice. Sulla mailing list dell'Anm sono già novanta i messaggi di magistrati che esprimono solidarietà al pubblico ministero palermitano del processo "Trattativa Stato-mafia" dal 2017 passato alla Dna: due settimane fa, il suo capo, il procuratore nazionale Federico Cafiero De Raho ha deciso di estrometterlo dal nuovo pool d'indagine sulle "stragi e le entità esterne nei delitti eccellenti" contestandogli l'intervista rilasciata ad Andrea Purgatori nel programma Atlantide, su La 7. Un'intervista in cui Di Matteo avanzava il sospetto di presenze esterne sul teatro della strage Falcone.
"Ha anticipato temi di indagine", è l'accusa di Cafiero De Raho. "Ha tradito la fiducia del suo gruppo di lavoro e delle procure distrettuali impegnate nelle inchieste". Di Matteo si difende ribadendo di aver parlato di questioni note da anni: il ritrovamento, accanto al cratere di Capaci, di un biglietto scritto da un agente dei servizi segreti, e poi anche di un guanto con un Dna femminile. In Tv, il magistrato ha ricordato pure la scomparsa del diario di Falcone da un computer del ministero della Giustizia e ha ribadito l'ipotesi che alcuni appartenenti a Gladio abbiano avuto un ruolo nella fase esecutiva della strage del 23 maggio 1992. "Questioni note da anni".
Di Matteo ha inviato le sue osservazioni al Csm, che De Raho ha investito della questione, anche se il provvedimento di revoca dal pool è già esecutivo. E nei giorni scorsi, una pratica è stata aperta dalla settima commissione dell'organo di autogoverno della magistratura, che può confermare o revocare l'espulsione. A Palazzo dei Marescialli è un altro caso che divide.
Il gruppo di Piercamillo Davigo e Sebastiano Ardita - Autonomia e Indipendenza - ha preso posizione: "La revoca dell'assegnazione di Di Matteo al pool, in mancanza di chiare informazioni sui motivi, rischia di essere percepita come la delegittimazione di un magistrato esposto a gravissimi pericoli".
La protesta corre anche sul web: sono 60 mila le adesioni all'appello lanciato dalla rivista Antimafia Duemila in sostegno di Nino Di Matteo. Un'altra lettera aperta alle istituzioni è stata promossa da Wikimafia, l'enciclopedia sul crimine organizzato: in pochi giorni, 6.000 adesioni. Ma è la mobilitazione dei magistrati a diventare un caso.
A Catania, un documento di solidarietà è stato sottoscritto da tutti i pm della Direzione distrettuale antimafia, con cui Di Matteo lavora da quando è arrivato alla Dna, occupandosi dei risvolti nazionali delle indagini che nascono nella Sicilia orientale. "Pur non ritenendo opportuna una valutazione del merito - hanno scritto i magistrati - ribadiamo la stima e l'ammirazione per la dedizione con la quale Di Matteo svolge la sua attività di coordinamento nel distretto di Catania, e per i sacrifici umani e professionali affrontati".
Un altro magistrato dell'Anm è stato ancora più diretto: "Di Matteo, con l'equilibrio e il rispetto del proprio ruolo istituzionale, ha rinfrescato la memoria collettiva su ciò che già è scritto nelle sentenze. Ed è stato defenestrato". Un altro messaggio ancora: "Chi tace si assume la responsabilità di isolare un magistrato in grave pericolo, ben sapendo cosa questo atteggiamento ha portato in passato". Per il Csm, già lacerato dalle polemiche, si annuncia un altro dibattito animato. A Palazzo dei Marescialli c'è chi ricorda di quando fu Paolo Borsellino a finire sotto inchiesta al Csm per un'intervista. Era il 1988.










