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di Marco Benvenuti

La Stampa, 21 giugno 2024

Avrebbe compiuto 20 anni a fine mese e finito di scontare la pena in agosto. Da inizio anno 44 detenuti si sono tolti la vita. Alì non aveva ancora vent’anni. Li avrebbe compiuti fra pochi giorni, il 30 giugno. Non ce l’ha fatta a festeggiare. Nemmeno la prospettiva di uscire e rifarsi una vita - avrebbe finito di scontare la sua pena il 17 agosto - ha fatto da contrappeso allo sconforto, al disagio, alle incertezze legate al futuro, al suo nuovo futuro. Ieri mattina Alì ha deciso di togliersi la vita nel carcere di via Sforzesca a Novara. È il suicidio numero 44 dall’inizio dell’anno negli istituti di pena del nostro Paese. Il giovane, pare di origine algerina (ma non vi è la certezza) si è impiccato nella sua cella. Non appena le guardie l’hanno visto agonizzante, hanno cercato di soccorrerlo e di rianimarlo ma ormai era troppo tardi.

A Novara il giovane era arrivato pochi giorni fa, l’11 giugno, proveniente da Torino. Era detenuto da un paio di anni per scontare una condanna definitiva. Una storia travagliata la sua, perché già da minorenne era finito varie volte nelle maglie della giustizia. Non si sa come e quando sia arrivato in Italia. Nei brevi colloqui che ha avuto col personale, avrebbe detto di essere in giro nel nostro Paese da quando aveva 10 anni. Qui, però, nessun contatto, nessun parente. Nemmeno un lavoro. Forse proprio la paura del “dopo”, quel dopo senza una certezza, ha accresciuto il suo disagio, la sua ansia.

“Un vero e proprio dramma umano - dice il garante novarese dei detenuti, Nathalie Pisano, che appresa la notizia ieri è subito andata in via Sforzesca - quello di una persona sola che, di fronte alla libertà e a un ritorno alla normalità tanto attesi da molti detenuti, non ha saputo reagire, se non con quel gesto disperato. Un dramma che deve far riflettere tutti, che dimostra ancora una volta come la realtà carceraria sia pesante, non debba essere dimenticata”.

Alì non aveva mostrato segnali che destassero preoccupazione. Al suo arrivo nel carcere di Novara era stato visitato da psicologi, educatori, personale medico. Tutto normale. Solo un ragazzo introverso, taciturno, forse un po’ demoralizzato per la sua situazione, ma come tanti altri compagni. Nessuno poteva pensare che dentro di sé stesse montando quella disperazione che l’ha spinto alla drammatica decisione di farla finita.

Il caso di ieri è l’ultimo di una lunga lista. La settimana scorsa è accaduto a Biella. A Novara da tempo la Camera penale, organismo degli avvocati, sta sollevando il problema con varie iniziative per “dire basta” alla strage. In tribunale è stato posizionato un contatore col numero dei suicidi dall’inizio dell’anno, perché sia da monito. Dice il presidente, l’avvocato Alessandro Brustia: “Si tratta di una silenziosa strage di persone affidate alla custodia dello Stato; lo stillicidio di morti si protrae senza soluzione di continuità nel vergognoso disinteresse di istituzioni e politica. Ci è voluto il Consiglio d’Europa per richiamare lo Stato italiano e chiedergli con forza di assumere le iniziative del caso perché sia posto un argine a questa ecatombe”.

Il segretario generale dell’Osapp (l’organizzazione sindacale della polizia penitenziaria), Leo Beneduci, parla di “dato tragico e significativo. Dato inaccettabile, come è inaccettabile la situazione che stanno vivendo i detenuti e i poliziotti nelle carceri italiane. Il Governo prenda finalmente atto dell’incapacità degli attuali vertici della amministrazione a gestire questo tipo di emergenza. E prenda atto che ci vogliono misure speciali e straordinarie per far sì che le carceri tornino a essere quello che la Costituzione dice: presidi di legalità e sicurezza”. Conclude: “Per l’amministrazione penitenziaria servono manager in grado di organizzare, non magistrati a fine carriera”.